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16 maggio 2012

Israele - Giappone: 60anni60 di Grande e Sincera Amicizia!




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16 maggio 2012

Israele: è illogico fornire energia e aiuti alla Striscia di Gaza

Israele ha lasciato la Striscia di Gaza nel 2005, lo ha fatto non senza sacrifici e polemiche per la famosa politica “terra in cambio di pace”, solo che la pace non l’ha mai avuta in cambio della terra e, anzi, in cambio ha avuto anni e anni di attacchi, missili sulle sue città e attentati dinamitardi. Israele non occupa o assedia Gaza come qualche stolto vuol far credere. Gaza è un territorio ostile e come tale viene trattato.

Nonostante tutto però Israele fornisce energia elettrica (o il carburante per produrla) e aiuti alla Striscia di Gaza, unico caso al mondo in cui uno Stato considerato nemico assiste chi lo considera tale. Negli ultimi mesi, quando a causa di una lite tra Fatah e Hamas il carburante per la centrale di Gaza non è arrivato a destinazione, Israele ha deviato parte della sua produzione (il 4,5%) su Gaza anche se i pacifinti si guardano bene dal dirlo. Beh, lasciatemi dire che tutto questo è assolutamente illogico.

La Striscia di Gaza è governata di fatto da Hamas, un gruppo terrorista che ha come obbiettivo (per statuto) la distruzione di Israele. Da quando ha preso il potere Hamas tiene sotto ostaggio circa 1,5 milioni di arabi residenti nella Striscia. Quelle persone con Israele non c’entrano niente, anzi, considerano lo Stato Ebraico un nemico da distruggere alla pari di coloro che governano Gaza. Allora, se questi “signori” considerano Israele un nemico, perché Israele fornisce loro aiuti umanitari, carburante per la centrale elettrica e quella l’energia che la stessa (e unica) centrale non riesce a produrre? Perché fornisce i desalinatori per rendere potabile l’acqua del mare? Perché fornisce assistenza medica a coloro che a causa di gravi malattie non possono essere curati a Gaza? Si fa questo per un nemico? Non credo proprio anche perché, a parti invertite, gli arabi non lo farebbero mai.

Nei giorni scorsi il Ministro dell’Ambiente, Gilad Erdan, ha proposto di tagliare le forniture di energia elettrica alla Striscia di Gaza, energia elettrica che nessuno paga e che finisce per rafforzare i nemici di Israele. Subito è stato tacciato dai soliti pacifinti di “razzismo” e le polemiche sono fiorite. Ma perché il Ministro Gilad Erdan sarebbe razzista? Perché vuole che gli aiuti ai nemici di Israele si interrompano? Beh, ma questo non è razzismo, questa è logica, pura, semplice e ragionevole logica, la stessa che viene applicata in tutte le altre parti del mondo quando si tratta di nemici. Perché Israele dovrebbe essere diverso?

Lasciatemi dire che il Ministro Gilad Erdan ha perfettamente ragione e che se c’è qualcosa di assolutamente illogico è continuare a fornire energia elettrica e aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. A parte che dubito molto che a Gaza ci sia bisogno di aiuti umanitari (lo pensano solo la Ashton e quelli che come lei sono ammagliati dagli omoni barbuti) ma poi, si è mai visto che un qualsiasi Stato sovrano aiuti i suoi nemici?

Questa associazione approva e appoggia totalmente la proposta del Ministro Gilad Erdan. E’ ora che finisca l’assurda ipocrisia che vorrebbe che Israele accetti senza un fiato di essere continuamente minacciata da Hamas ma che nel contempo sia costretto a fornire ai propri nemici ogni tipo di assistenza. Quando gli arabi si metteranno in testa che la pace è l’unica strada da seguire, allora e solo allora avranno l’assistenza di cui hanno bisogno, fino ad allora frontiere chiuse a tutto e a tutti.

Sharon Levi

© 2012, Secondo Protocollo




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16 maggio 2012

Fabio Granata (parlamentare FLI) “esalta” le capacità della lobby ebraica. E Fini che ne pensa?

Grazie all’articolo pubblicato su Roma Ebraica a firma Fabio Perugia, veniamo a sapere per che per un parlamentare del Fli (Futuro e Libertà per l’Italia, il partito di Gianfranco Fini), tale Fabio Granata, la lobby ebraica è viva e vegeta e, ovviamente “è la più influente del pianeta” (e perchè non dell’universo?!)

Granata: per il parlamentare italiano gli ebrei sono i più potenti del mondo

di Fabio Perugia

Cari lettori del sito, mi rivolgo a voi per capire se si può ancora oggi, nel 2012 e all’alba della Terza Repubblica, ascoltare un parlamentare della nostra Repubblica italiana esprimersi con toni discriminatori nei confronti dell’ebraismo. Il politico in questione è tale Fabio Granata.

E’ un deputato alla Camera iscritto nel gruppo di Futuro e libertà per l’Italia, il partito di Gianfranco Fini. Ebbene, il parlamentare ha pubblicamente preso le difese di un militante di Fli, che risponde al nome di Giovanni Ceccaroni, il quale ha pubblicato su Facebook una nota in cui descriveva l’ebraismo italiano come una potente lobby che andava contro gli interessi del nostro Paese.

Il militante è stato subito ripreso da numerosi internauti che hanno condannato le sue parole. E’ a questo punto che il deputato Granata decide di intervenire a sua difesa. E, anche lui su Facebook, scrive: “Ho molti amici ebrei e sono i primi a rivendicare con orgoglio la loro capacità di coesione e strategia comune che, in campo economico, diventa attività lobbistica… e che economicamente questa lobby sia la più influente del pianeta è un dato oggettivo: quindi calma e serenità”. Evviva la sincerità.

Sta di fatto che le affermazioni di Granata scatenano un bel putiferio (oltre che la mia personale indignazione). Al suo post rispondono più di cento commenti. Alcuni a sostegno, altri di sdegno. Nella mischia c’è di tutto: il militante nostalgico, quello moderato, il deputato Fli Enzo Raisi, il direttore de Il Futurista Filippo Rossi che sulla sua bacheca Facebook scrive: “Un movimento sano caccerebbe a calci in culo chi parla di ‘lobby ebraica’”. Se fossi iscritto a Fli mi assocerei.

(Fonte: RomaEbraica.it, )




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16 maggio 2012

Festeggiamo assieme Israele? Ke ne dite di una fetta di torta?

By TALI





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16 maggio 2012

Se non è palestinese non lo vogliamo…

Come la stampa di tutto il mondo ha riportato, ci sono alcuni detenuti nelle carceri israeliane, accusati di atti di terrorismo, che stanno portando avanti da giorni uno sciopero della fame (forse concluso proprio oggi). Gli attivisti pro-palestinesi esultano: ecco un’ottima occasione per mostrare tutta la crudeltà del governo israeliano! Naturalmente si guardano bene dall’informare circa le accuse a carico di questi “poveri” terroristi che loro chiamano “prigionieri”. Ma questo è un altro discorso. L’importante per loro è suscitare l’odio, la riprovazione e lo sdegno. E se le notizie ( e soprattutto le foto DRAMMATICHE) scarseggiano, perché non inventarsele? Cosi’, senza malizia, giusto per ravvivare un po’ l’ambiente! Dunque: gli elementi necessari sono: un arabo, magro, in prigione, in sciopero della fame, possibilmente giovane. Cerca e ricerca….. Eccolo!

Ed il web è subito inondato della faccia sofferente di questa “vittima palestinese”! Le pagine Facebook di arabi e pro-palestinesi gridano vendetta! Il blog “Red Militant Catania“, condividendo la foto da “Palestina Rossa”, sotto la foto scrive: “CONTRO LO STATO TERRORISTA ISRAELIANO, SOLIDARIETA’ INCONDIZIONATA AL POPOLO PALESTINESE!” “Palestina Libre“, blog spagnolo, rivela anche l’identità del ragazzo fotografato: “Bilal Diab es uno de los más de 1.500 presos y presas que se encuentran en huelga de hambre en protesta por el sistema penitenciario israelí contra la población palestina, contra la vulneración de derechos humanos y legalidad internacional referente al tratamiento a la población reclusa y por el régimen de detenciones administrativas”. Seguito a ruota dai blog indonesiani. E cosi’ via….

Ma… il ragazzo nella foto non è un palestinese nelle prigioni israeliane; è un marocchino, Azzedine Al Rousi, incarcerato durante una manifestazione. Non è abbastanza essere un marocchino per prenderne le difese? C’è proprio bisogno che sia solo e soltanto un palestinese?


http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/15/se-non-e-palestinese-non-lo-vogliamo/




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15 maggio 2012

Tanti auguri di mille altre sconfitte


due immagini del 1948

Cari amici,

ieri, 14 maggio, era il compleanno di Israele secondo il calendario civile. 64 anni, per uno stato poco più dell'adolescenza: l'Italia ha 150 anni, gli Usa quasi 230, la Spagna poco più di 500, Gran Bretagna e Francia più o meno il doppio. E' una bella giovinezza quella di Israele, piena di realizzazioni e soddisfazioni, alla faccia di tutti i nemici che lo circondano. Non è un caso che sia il paese in cui il 93 % dei cittadini, dicono le statistiche, sono soddisfatte della loro vita. Non è poco. E comunque 64 anni non sono pochi, in mezzo agli assassini che cercano di distruggerti in ogni momento: dunque, auguri: cento, mille di questi giorni!

Ma oggi, 15 maggio, è invece il giorno della Nakba, il "disastro" arabo in Israele. Termine che, spiegano i linguisti, si dovrebbe usare per gli eventi naturali come terremoti, incendi, inondazioni, ma che i "palestinesi" applicano a un fallimento politico, il loro, e che celebrano con grande intensità: contenti loro! C'è chi gioisce con la gioia e chi gioisce col lutto... Del resto l'hanno ripetuto in tutte le salse, come se fosse una superiorità: voi (israeliani e occidentali) amate la vita, noi amiamo la morte e dunque... E dunque pensano che vinceranno, ma non è vero, perché si vince con la speranza non col rancore.

Ma comunque la Nakba, il disastro, che razza di sciagura è? Già usare questo termine implica che sia stato qualcosa di subìto, come se loro non c'entrassero, qualcosa che gli hanno fatto, non che hanno fatto loro. Ma che evento ricordano gli arabi con tanto lutto? Semplice, di non essere riusciti a distruggere gli ebrei e a completare il genocidio come si proponevano. Ricapitoliamo i fatti. Il 29 novembre 1947 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione n. 181 che chiudeva il mandato britannico e lo divideva in due stati uno ebraico e uno arabo. Com'è noto gli israeliani accettarono subito e proclamarono il loro stato al momento della partenza degli inglesi, per l'appunto il 14 maggio 1948. Il 15 maggio, di cui oggi è l'anniversario, le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato. Lo stesso giorno gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq, attaccarono il neonato Stato di Israele. Il segretario generale della Lega Araba 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià annunciò "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" (http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele ). In realtà la guerra era già iniziata da novembre e alla fine, dopo sforzi immensi, con la perdita dell'1 per cento della popolazione e del 10% delle forze armate, il neonato Israele ce la fece a respingerli - prima vittoria di una serie che non si è mai interrotta in tutti gli assalti successivi.

Ma questa è un'altra storia. I dirigenti dell'Anp hanno fissato il giorno della nakba proprio il 15 maggio, la data di inizio della guerra di sterminio contro Israele. Potrebbe essere un'ottima idea. Se questo volesse dire: ci siamo pentiti di aver cercato di distruggervi, viviamo a fianco a fianco e cerchiamo di collaborare come buoni vicini, rinunciamo per sempre alla violenza, be' allora questo vorrebbe dire che hanno saputo trarre le giuste lezioni dalla storia. Sarebbe bello, ma non è così. La nakba consiste nel non aver saputo realizzare gli obiettivi di quella guerra, di non essere riusciti a realizzare lo sterminio che si proponevano. Un po' come se i tedeschi facessero il lutto per la data di inizio della seconda guerra mondiale (1 settembre 1939) non per deplorare l'aggressione alle pacifiche popolazioni circostanti ma per dispiacersi di non aver potuto completare la Shoà essendo stati malauguratamente sconfitti.

Non ci fu pulizia etnica, come dicono i loro propagandisti, non ci furono stragi programmate ma combattimenti casa per casa nei villaggi che servivano da basi per l'aggressione. La popolazione araba che accolse gli appelli dei generali invasori e scappò dietro agli eserciti aggressori fu coinvolto nella loro ritirata e non poté più tornare oltre confini che restano di guerra ancora oggi. Di qui l'esilio di una parte della popolazione, che dura ancora oggi dato che gli stati circostanti fecero il possibile per NON integrarla, al fine di usarla di nuovo contro Israele.

La Nabka fu, lo ripeto, un tentativo fallito di genocidio. Un tentativo che continua ancora. E ogni volta che gli arabi cercano di distruggere Israele con un mezzo o con l'altro - le campagne belliche frontali, il terrorismo degli aerei e quello degli attentatori suicidi, i razzi e le manovre di politica internazionale - quella è di nuovo una piccola nakba. Basterebbe che la smettessero, ma sul serio, e non avrebbero più "disastri" da lamentare. Basterebbe che gli stati arabi assorbisse i profughi (come l'Italia ha fatto per istriani e dalmati, la Francia per i "pied noir", la Germania per gli abitanti di zone che oggi sono Polonia, Cechia, Russia, ecc.) Ma non lo fanno. Né i dirigenti "palestinesi" smettono di incitare al genocidio, né gli stati circostanti integrano i "rifugiati" o meglio i loro nipoti e pronipoti, tenendoli in uno stato di isolamento e mancanza di diritti. Non la smettono e continuano a cercare di inventare tattiche nuove per riuscire nel genocidio che fallirono 64 anni fa. Per cui ho un augurio anche per loro: altre cento Nakba, mille di questi giorni, altre sconfitte, altre delusioni - fin che non la smetterete.

Ugo Volli





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15 maggio 2012

Le code, il sangue e le scimmie

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Ammettiamolo, fra entità politiche contrastanti un po' di propaganda contro l'avversario è inevitabile. I candidati americani alle elezioni se le dicono di tutti i colori, e le polemiche non mancano fra India e Pakistan, Corea del Nord e Corea del Sud ecc., che si accusano a vicenda di essere imperialisti, guerrafondai, incoscienti avventuristi, eccetera eccetera. Io stesso, nel mio piccolo, non mi sforzo di essere tenero con le realtà che considero pericolose, dalla Turchia all'Onu, dai Fratelli Musulmani coi loro alleati più o meno stretti come Tariq Ramadan fino a Obama. Per dirla con una celebre battuta del cinema americano, è la politica, bellezza. E in politica capita di mentire (come per esempio fanno gli arabi sui diritti della terra in Giudea e Samaria o sull'acqua), di inventare eventi inesistenti (le varie giornate della Nakba, le flottiglie o quant'altro, di fare scandalo su cose normali, come il fatto che Israele arresti e tenga in galera quanto serve gli aspiranti terroristi anche quando li ha presi prima dell'azione e non possa dunque incriminarli). Sono tattiche che io condanno e cerco per quel che posso di smascherare, ma diciamo che in una lotta dura e prolungata come quella che i paesi arabi hanno scatenato contro Israele, ci stanno.

Però non tutto appartiene a questa categoria. Per esempio, che direste se i russi dicessero dei georgiani - o viceversa - che sono “diavoli con la coda”? Questa non è più politica, neanche eccitazione demagogica alla mobilitazione e all'odio, è un'altra cosa. Eppure guardate qui, una bella trasmissione televisiva di un paio di settimane or sono nella televisione ufficiale dell'Autorità palestinese, una bambina che recita una poesia, ed ecco che la poesia dice: i nostri nemici sionisti sono diavoli con la coda. (http://www.youtube.com/watch?v=390MXDveIGY&feature=player_embedded ). Diavoli con la coda... Ma dai, qualcuno potrà dire, è quel linguaggio di immagini che si usa coi bambini. Appunto. Sulla mente dei bambini arabi, non solo di quelli dell'Autorità Palestinese, ma anche di quelli egiziani, siriani, tunisini, algerini... scorre ininterrottamente una colata di propaganda disumanizzante ed omicida, che serve a perpetrare la guerra e a preparare il genocidio. Per chi vuole averne un'idea, consiglio un'esplorazione del sito Palestinian Media Watch, (http://www.palwatch.org/ ) che si sforza di documentare pazientemente questa incessante propaganda.

Ma essere diavoli con la coda non è il peggio di cui si possa essere accusati. Per esempio c'è la calunnia del sangue, che viene direttamente dai peggiori inferni medievali: gli ebrei scannerebbero bambini cristiani - o in mancanza di meglio anche bambini islamici - per impastare come si deve il pane azzimo usato per la festa di Pasqua. E' un'immane sciocchezza, una criminale sciocchezza, perché in nome suo furono fatti pogrom a non finire, uccisi ebrei innocenti a migliaia (http://en.wikipedia.org/wiki/Blood_libel ). Anche in Italia accade questo scempio nel '500 a Trento, con un processo farsa che torturò e uccise tutti gli ebrei residenti in città e la santificazione della presunta vittima “san Simonino”. E' merito di mia zia Gemma Volli aver riaperto il caso e ottenuto che la Chiesa eliminasse il culto dal suo calendario, riconoscendo l'abuso commesso. Sembrano cose del passato... eppure puntualmente As'ad Al-'Azouni, giornalista giordano “di origini palestinesi”, scrivendo su un blog di Gaza (alwatanvoice.com), afferma: "Non è un segreto che l'ostilità ebraica verso Gesù e dei cristiani è molto profonda [...] Non abbiamo dimenticato che [gli ebrei] hanno il comandamento di uccidere i bambini cristiani e usare il loro sangue per ?cuocere il pane azzimo per la festa di Pasqua; gli ebrei sono inoltre obbligati a bruciare e distruggere le icone della Chiesa cristiana[...] Se non vi sono cristiani disponibili gli ebrei possono usare sangue musulmano, dato che molti cristiani si sono convertiti all'Islam". Tutta questa regolamentazione è naturalmente attribuita al Talmud. (http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=4248)

Anche qui, mi pare, siamo oltre alla normale polemica, in un'area comunicativa che si può letteralmente definire demonizzazione. Come fare la pace con gente che ha il costume di bere il sangue dei tuoi bambini? Come non sterminarli, una volta che ti capitano sottomano? Come non cercare di ammazzarli in tutti i modi, magari entrando a casa loro di notte armati di colterli, e sgozzarli tutti inclusi i neonati, com'è accaduto a Itamar? Quando ci si interroga sulla pace in Medio Oriente, forse a queste cose bisognerebbe pensare. Inutile dirvi che i "pacifisti" nostrani non ne parlano, non le vedono, non intendono sentirne parlare. Come le tre scimmiette della storia, non vedo, non sento, non dico.

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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15 maggio 2012

Chiudere Green Hill è un dovere

Le mamme beagle vengono spremute come limoni per circa tre anni: una gravidanza dopo l'altra fino allo sfinimento e come premio finale vengono vivisezionate per scoprire chissà quale cura miracolosa.... Ma il dolore più grande per queste mamme è vedere i propri cuccioli strappati via per essere venduti ai laboratori di ricerca dove verranno massacrati dai vivisettori. Solo nella morte si potranno ricongiungere ai loro figli...che infinita crudeltà! CHIUDERE GREEN HILL E' UN DOVERE!
di: Comitato Montichiari contro Green Hill




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15 maggio 2012

Reagisce la lobby spaventata dal maremoto antivivisezionista: cosa fare

“La lobby della vivisezione Foundation for Biomedical Research sta chiedendo a tutti i suoi sostenitori (tutti vivisettori) di fare pressione sulla XIV Commissione e sui Ministeri italiani. I vivisettori americani si mobilitano in supporto dei loro colleghi italiani, per timore che anche un minimo e piccolo passo in avanti venga fatto verso l’abolizione della tortura nei laboratori.

Leggi qui  la notizia per esteso.

I vivisettori di tutto il mondo temono un cambiamento e temono la forza antivivisezionista che è nata in Italia negli ultimi anni, che ha portato davanti agli occhi di tutti l’orrore nascosto dei laboratori, e così stanno cercando di correre ai ripari. Ma non ci faremo né fermare né intimidire.

Facciamoci sentire anche noi!

Le mail a cui i vivisettori stanno scrivendo sono queste:

Boldi_r@posta.senato.itSegreteriaministro@sanita.it,

info@politicheeuropee.it

A questo punto ci pare ovvio che noi non dobbiamo essere da meno e dobbiamo farci sentire, forte e chiaro!

Lettera tipo da inviare:

————————

Spett.li Senatori, Spett.le Ministero

in accordo con la sensibilità di milioni di persone in Italia chiedo espressamente di non apporre modifiche peggiorative per gli animali nell’emendamento alla Direttiva Europea 2010/63/UE sulla sperimentazione animale, in questo momento da discusso nella XIV Commissione del Senato. In particolare mi riferisco al divieto di allevamento e vendita di cani, gatti e primati per sperimentazione sul territorio italiano, che ha riscosso finora enorme consenso.

Tale divieto è nato anche in seguito alla campagna di protesta e informazione contro l’allevamento Green Hill di Montichiari (BS), che tiene ben 2.500 cani in capannoni, senza luce naturale o aria, prigionieri in ambiente asettico e destinati ad essere spediti ai laboratori di vivisezione di tutta Europa. Tutta Italia segue da tempo questa vicenda.

Milioni di persone hanno e avranno gli occhi sul Vostro lavoro, speranzosi che la Vostra coscienza porti alla chiusura di questo allevamento-lager.

Abbiamo fatto tutto il possibile: protestato, raccolto firme, fatto informazione, chiesto applicazione di leggi. Abbiamo in questo modo raccolto l’approvazione di milioni di persone.

Adesso tocca a voi fare in modo che la richiesta e la rabbia delle persone non vengano tradite.

Saluti,

(nome)

– 

“Salviamo i cani di Green Hill”

www.fermaregreenhill.net 

info@fermaregreenhill.net




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15 maggio 2012

Kasim Hafeez, un ragazzo musulmano che da antisemita si trasforma in filoisraeliano

Kasim Hafeez, un ragazzo musulmano che da antisemita si trasforma in filoisraeliano


di Alessandra Boga

Kasim Hafeez è un giovane musulmano britannico di origine pakistana. In passato era un islamista, anti-semita e anti-israeliano. Ora la sua vita è cambiata.

Su Ynetnews.com, dichiara: “Sono un sionista, un orgoglioso musulmano sionista, e amo Israele”. In passato, nei campus universitari inglesi (non in un Paese islamico!), aveva sperimentato “alti livelli di anti-semitismo” e attivismo anti-israeliano. Nella comunità islamica britannica gli avevano inculcato l’idea che gli ebrei fossero “usurpatori” e “assassini” e che bisognava distruggere tutti loro e l’Entità Sionista”, perché nessuno Stato ebraico aveva il diritto di esistere in Medio Oriente. Solita minestra “da musulmani”, (o meglio, da fondamentalisti) insomma. Già, perché non tutti erano estremisti, ma quando si toccava l’argomento “Israele”, gli animi s’infervoravano e “piantala di fare l’ebreo”, era l’insulto più ricorrente. Anche i religiosi più moderati rifiutavano di condannare il terrorismo contro Israele e gli ebrei. Niente di nuovo.

In famiglia, Kasim respirava la stessa aria: per suo padre Hitler era un eroe, la cui unica colpa era non aver ammazzato abbastanza ebrei. A 18 anni il giovane era completamente indottrinato con canzoni sul jihad e dalla propaganda di Hezbollah. Attendeva con ansia i raduni arabi nel centro di Londra per ricordare la Nakba, mentre sventolavano le bandiere di Hezbollah.

La svolta nella vita di Kasim avvenne quando, in una libreria di Londra, si imbattè in un testo di Alan Dershowitz “The Case of Israel” .“Vile propaganda sionista”, pensò: secondo l’ideologia che gli era stata inculcata infatti, gli ebrei e gli americani, controllavano il mondo!

Decise comunque di acquistare il saggio, convinto delle sue opinioni e che alla fine l’avrebbe sbugiardato tra sé e sé … riportando una “personale vittoria per la causa palestinese”. In realtà avvenne esattamente il contrario e le certezze di Kasim sulla propaganda anti-semita e anti-sionista che l’aveva condizionato fino ad allora, cominciarono a crollare. Visse una profonda crisi di coscienza, non sapeva più a che cosa credere.

L’unica cosa che gli restava da fare era recarsi in Israele a vedere con i propri occhi. E fu quella visita, a cambiarlo radicalmente.

Ora ammette di non aver incontrato uno “Stato di apartheid”, come recita il “mantra” della propaganda islamica, bensì praticamente l’opposto. Kasim vide sinagoghe, moschee e chiese insieme, arabi ed ebrei che vivevano assieme, minoranze che prendevano parte a tutti gli aspetti della società israeliana, da quello militare a quello giudiziario. Allora il giovane aprì finalmente gli occhi e decise di raccontare la verità: non era una questione religiosa o politica, ma si trattava solo di dire la verità. E dire la verità su Israele non significa rinnegare l’Islam, essere “falsi musulmani”. Forte di questa nuova consapevolezza, Kasim ha creato “The Israel Campaign” (http://www.theisraelcampaign.org ), un’associazione a sostegno di Israele e un blog.

Perché Israele, spiega il sito della stessa alla voce “Su di noi”, non è soltanto una “questione ebraica, ma riguarda la libertà e la democrazia”e naturalmente la pace in Medio Oriente. Un Medio Oriente dove Arabi ed Ebrei possano vivere fianco a fianco.

Alla campagna collaborano maschi e femmine, gay ed etero, cristiani, musulmani ed ebrei: perché “sostenere Israele, è sostenere la libertà sotto assedio”. La libertà di tutti.


http://www.ebraismoedintorni.it/schede.cfm?id=117&Kasim_Hafeez__un_ragazzo_musulmano_che_da_antisemita_si_trasforma_in_filoisraeliano




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14 maggio 2012

La bugia che partori’ l’UNRWA

Un buon esempio di sfacciata menzogna palestinese contro Israele è la “Giornata della Catastrofe”, il cosiddetto Nakba Day . A quanto pare il primo arabo a coniare questo concetto fu lo storico siriano Costantino Zureiq, nel suo libro del 1948, Ma’na al-Nakba (il significato del disastro). Ma la commemorazione nazionale ufficiale fu inaugurata soltanto nel 1998, da Yasser Arafat. In seguito alla dichiarazione di Arafat di riconoscere ufficialmente il giorno, oltre un milione di arabi palestinesi hanno partecipato a marce e altri eventi.

Qual è il disastro che il Nakba Day commemora ? Niente meno che il giorno in cui Israele ha dichiarato l’indipendenza, nel 1948. E per aggiungere al danno la beffa, i palestinesi commemorano la giornata nazionale del disastro ogni anno, in coincidenza con la Giornata dell’Indipendenza di Israele, il 15 maggio.

Perché la Dichiarazione di Indipendenza di Israele è stata un disastro per i palestinesi? Questo ci riporta alla Guerra d’Indipendenza di Israele del 1948. L’esodo palestinese del 1948 , noto anche come Nakba, cioè il “disastro”, “la catastrofe”, o “il cataclisma”, si è verificato quando circa 725.000 arabi palestinesi fuggirono o furono espulsi dalle loro case, durante questa guerra amara.

Digitando “Nakba” sul web, la ricerca restituisce numerosi siti web palestinesi che pretendono di spiegare questo evento della storia palestinese, ricercando simpatia e anche donazioni finanziarie per i numerosi palestinesi “rifugiati” nei paesi arabi, discendenti dei profughi originari del 1948. All’epoca nella quale questo problema si sviluppo’, a seguito dell’arrivo di centinaia di palestinesi negli stati confinanti, gli arabi rifiutarono di accettare qualsiasi soluzione al problema, addossandolo a Israele. Israele dal canto suo decise di accettarne una piccola percentuale. Ma per gli arabi la soluzione era o tutto o niente.

Così i profughi palestinesi fuggiti Israele nel 1948 durante la Guerra d’Indipendenza rimasero bloccati in squallidi campi in Giordania, Libano, Siria, Iraq ed Egitto. E hanno fatto molto comodo per la propaganda politica contro Israele, calata sulle spalle dei palestinesi. Una domanda sorge spontanea: esattamente come hanno fatto a diventare profughi i palestinesi, nel 1948? La prima causa è stata sicuramente la Guerra d’Indipendenza stessa. I palestinesi che vivevano in Cisgiordania e Striscia di Gaza e nel resto dell’ Yishuv ebraico, respinsero con veemenza il piano di partizione delle Nazioni Unite per la Palestina, e presero le armi contro lo stato nascente di Israele. In altre parole, i palestinesi che divennero profughi non furono solo spettatori innocenti. Erano combattenti attivi che si gettarono nella mischia con i paesi invasori arabi, il cui scopo era quello di annientare lo Stato ebraico alla nascita.

Ci sono stati casi in cui i palestinesi sono stati allontanati con la forza e deportati da Israele? Probabilmente, ma forse in una guerra è sempre meglio peccare per eccesso di cautela, quando si tratta di avversari armati. E la cronaca mostra che non c’è mai stato un funzionario del governo israeliano che abbia firmato un documento per l’allontanamento e l’espulsione di eventuali combattenti palestinesi.

Il fatto è che nel 1948 i leader arabi palestinesi incoraggiarono fortemente la loro componente a lasciare Israele, promettendo di poter tornare in seguito alle loro case da vincitori, liberati dalla scomoda presenza ebraica, risultato che era unanimamente considerato ovvio. I leader arabi dissero alla popolazione palestinese di uscire dal pericolo e lasciare che gli eserciti invasori arabi facessero il loro lavoro, senza interferenze. Fu uno dei motivi dell’esodo. L’osservanza del Nakba Day, pertanto, non ha nulla a che fare con fatti storici, ma scaturisce solo ed esclusivamente dall’ impulso nazionale di esprimere odio e rancore contro il popolo ebraico e contro Israele. Fu una guerra che Israele fu costretto ad affrontare per difendersi e non c’è mai stata nessuna guerra nella storia che non abbia causato un problema di rifugiati. Ma ecco che fu ideata l’UNRWA.

L’Unrwa è la mega-agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai profughi palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. I fondi Unrwa in totale ammontano a cinquecento milioni di dollari. Da cinquantasei anni l’Unrwa impersona il simbolo stesso del doppio standard applicato dalla comunità internazionale per quanto riguarda la guerra del mondo arabo contro Israele. La principale missione dell’Unrwa, agenzia unica nel suo genere fra quelle dell’Onu sui profughi di tutto il mondo, non è stata finora di aiutare i palestinesi ad affrontare la realtà, dopo la guerra del 1948. Aiutare i profughi palestinesi a reinserirsi non è il suo scopo. L’Unrwa è stata usata per mantenere i profughi palestinesi esattamente nella condizione e nel luogo in cui si trovano, affinché possano servire per giustificare l’infinita guerra contro Israele. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’Unrwa, essi continuano a essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.

“La creazione dell’Unrwa rispondeva alla strategia araba di usare i campi profughi come un’arma sempre eternamente puntata contro lo stato di Israele”, ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz. O per dirla senza garbo con James Lindsay, già alto funzionario dell’agenzia Onu, “l’Unrwa è un’agenzia con fini politici e terroristici”. Nell’ultima guerra a Gaza, i terroristi islamici di Hamas sparavano all’esercito israeliano dagli edifici della Unrwa. Molti impiegati dell’Unrwa sono membri non solo delle principali fazioni terroristiche palestinesi come l’ala militare di Fatah, ma anche del gruppo jihadista Hamas. Fra i candidati della lista Hamas, eletti nelle elezioni palestinesi, un certo numero risulta sul libro paga dell’Unrwa. Hamas ha persino gestito la sua nuova emittente televisiva dall’interno di una moschea, relativamente al sicuro, nel campo profughi di Jabalya, gestito, guarda caso, dall’Unrwa.

L’Unrwa impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole, invocanti lo sterminio degli ebrei. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture Unrwa. In una scuola dell’Unrwa lavorava Awad al-Qiq: una lunga carriera come insegnante, ma anche il principale fabbricatore di bombe per il Jihad islamico. E’ rimasto ucciso nel 2008 mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili da usare contro Israele. La Unrwa ha permesso ad Hamas di nascondere armi e uomini nelle sue ambulanze. Nidal Nazal, autista di ambulanze dell’Unrwa, fu arrestato nel 2002 dopo che il suo automezzo era stato usato per trasportare terroristi impegnati nella preparazione di attentati suicidi. Un altro dipendente della Unrwa era Said Sayyam, ministro dell’Interno di Hamas, ucciso dall’aviazione israeliana, imam nelle moschee più fondamentalistiche di Gaza e teorico dei rapimenti dei soldati israeliani. E’ stato lui a imporre alle donne palestinesi l’uso del velo islamico negli edifici governativi. Noto per la sua ferocia con i militanti palestinesi accusati di “collaborazionismo”, Sayyam era anche indicato dagli Stati Uniti come il responsabile dell’uccisione di funzionari americani nei Territori palestinesi. QUI

L’UNRWA quindi, è stato l’ente che, appositamente creato, ha continuato ad assegnare lo status di profugo “ereditario”, unico caso al mondo. Dalla cifra iniziale di profughi, stimata tra i 5000 e i 7500, sono attualmente calcolati intorno ai 5.000.000 e continueranno ad aumentare.

Infatti – a differenza dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees), l’organismo che si fa carico di tutti i profughi del mondo che non siano palestinesi – l’UNRWA garantisce i suoi servizi a tutti i discendenti dei profughi palestinesi della guerra del 1948 anche dopo più generazioni: un meccanismo attraverso il quale l’ammontare dei profughi palestinesi registrati non fa che aumentare ogni anno. QUI

Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese” :

«Under UNRWA’s operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. [...] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 5 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.»

I palestinesi sono stati usati come carne da macello dai loro vicini arabi e non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non saperlo. Ed enti come l’UNRWA hanno creato su di loro la propria fortuna. Questa è la vera Nakba palestinese.

Ancora sull’UNRWA:

QUI e QUI

La Verità sui rifugiati palestinesi VIDEO http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/14/la-bugia-che-partori-lunrwa/






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14 maggio 2012

Quando vedrete quei cartelloni, con il topo e la bambina, girate il viso da un’altra parte. Ai ricatti è così che si risponde

Troppi gli errori commessi nel nome della nostra salute

La tragedia vera è che la vivisezione è un gravissimo errore metodologico che condanna l’uomo a errare, come un cieco, alla ricerca di un segnale che gli indichi la strada perdutadi  - 15 aprile 2012, 08:00

La vivisezione non è solo una tortura che il cinismo umano infligge agli animali. Fosse «solo» questo non sarebbe certamente giustificabile, ma potrebbe essere comprensibile, visto che che il cammino dell’uomo su questo pianeta è costantemente segnato dai rivoli di sangue che si lascia dietro.

Vivisezione
Vivisezione
Ingrandisci immagine

La tragedia vera è che la vivisezione è un gravissimo errore metodologico che condanna l’uomo a errare, come un cieco, alla ricerca di un segnale che gli indichi la strada perduta. Succubi della filosofia di Cartesio, per cui l’animale è una macchina da gettare quando si rompe e con le labbra ancora sulle mammelle della fisiologia di Claude Bernard (il più fanatico vivisettore ottocentesco), i vivisettori non amano le luci della ribalta, ma il silenzio dei loro laboratori in cui si celano, come documenterò in modo inoppugnabile, i loro risultati artatamente falsati, per i benefici delle ditte da cui sono pagati.
Guardando quel cartellone che presto vedremo agli incroci importanti delle nostre strade, è ovvio che si è quasi obbligati a cedere. Si tratta di un ricatto, vecchio come le caverne. «Vuoi che viva il ratto o la tua bambina?».

Risposta ovvia. Ma aspettate un momento, lasciatemi fare qualche piccolo cambiamento. Il cartellone ora mostra il topo ben pasciuto e decisamente vivo, mentre la bambina, pelle ossa e senza capelli, giace morta nel letto d’ospedale. Triste davvero. Sotto c’è la spiegazione. «Nel ratto aveva funzionato benissimo, quando siamo passati alla bambina purtroppo è morta». Sono centinaia i principi attivi che vengono ritirati in tutto il mondo in pochi anni, dopo che la sperimentazione «sul campo» (ovvero nell’uomo) ha dimostrato effetti tossici devastanti, mai riscontrati su ratti o cani. Lasciamo perdere i nomi, non basterebbero due pagine di giornale. Qualcuno penserà che sa già dove vado a parare.

Tirerò fuori la vecchia storia della Talidomide, l’ipnotico che, sperimentato sugli animali, provocò un esercito di focomelici, una volta assunto dalle donne in gravidanza. Roba vecchia? Allora vediamone qualcuna più recente. Le angiostatine di Judah Folkman che, qualche anno fa, riempirono le pagine dei periodici per mesi. Sconfiggevano brillantemente il cancro nei topi. Purtroppo non nell’uomo. E il vaccino anti Aids della nostra professoressa Ensoli? Sembrava eccellente sulle scimmie. Non sull’uomo. Quante scimmie (e quanti soldi) cartesianamente gettate via? Ma, lasciatemi ancora giocare con quel cartellone. Adesso le immagini mutano ancora e si vedono un coniglio e la bambina, entrambi morti. Sempre più triste. La spiegazione? Semplice. Abbiamo somministrato al coniglio una piccola dose, per bocca, dell’antibiotico più usato per i bambini, l’Amoxicillina. Purtroppo in un paio d’ore è morto. Ne abbiamo dedotto che doveva essere tossico anche per l’uomo e l’abbiamo così negato alla bambina che aveva necessità proprio di quello per guarire. Purtroppo, ancora una volta, abbiamo sbagliato tutto. Ricordate i famosi 56 cuccioli di Beagle della ditta Morini sequestrati al Brennero una decina d’anni fa? Erano indirizzati a un laboratorio tedesco che effettuava esperimenti vitali per la salute umana.

Quando arrivai a Bolzano e mi avvicinai al gruppo mi accorsi che non avevano due mesi, mentre sui libretti d’accompagnamento era indicato che ne avevano sei. Ma i dati sperimentali che escono da un cucciolo di due mesi sono uguali a quelli di uno che ne ha sei? No, saranno dati falsi, come falsa era la data di nascita imposta dal laboratorio alla Morini.

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quando vedrete quei cartelloni, con il topo e la bambina, girate il viso da un’altra parte. Ai ricatti è così che si risponde.
http://www.ilgiornale.it/interni/troppi_errori_commessi_nome_nostra_salute/15-04-2012




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14 maggio 2012

Sentenza pro-Vauro contro Caldarola

commenti di Giovanni Quer, Emanuele Macaluso

Testata:Informazione Corretta - Il Foglio
Autore: Giovanni Quer - Emanuele Macaluso
Titolo: «La sentenza del caso Caldarola-Vauro-Nirenstein: diverse osservazioni - Macaluso, grottesche le motivazioni della sentenza pro Vauro»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/05/2012, a pag. 4, l'articolo di Emanuele Macaluso dal titolo "Macaluso, grottesche le motivazioni della sentenza pro Vauro".
Ecco il pezzo, preceduto dall'analisi di Giovanni Quer dal titolo " La sentenza del caso Caldarola-Vauro-Nirenstein: alcune osservazioni ".

INFORMAZIONE CORRETTA - Giovanni Quer : " La sentenza del caso Caldarola-Vauro-Nirenstein: alcune osservazioni "


Giovanni Quer, la vignetta antisemita di Vauro, Peppino Caldarola

Il 20 gennaio 2012 Giuseppe (Peppino) Caldarola è stato condannato, assieme ad Antonio Polito, per diffamazione a mezzo stampa per un articolo pubblicato su “Il Riformista” il 23 ottobre 2008, nella sezione MAMBO, intitolato “Annozero tra alti e Granbassi”.
Nell’articoletto satirico si faceva riferimento alla trasmissione diretta da Michele Santoro e agli ospiti che vi intervenivano, tra cui Vauro Senesi, che aveva pubblicato una vignetta ritraendo Fiamma Nirenstein, allora candidata per il PDL, con il naso adunco, la stella di David cucita al petto vicino al fascio littorio. Vauro denuncia Caldarola per diffamazione sulle seguenti parole: “Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein 'sporca ebrea' ”.
Peppino Caldarola è stato condannato “per diffamazione aggravata, senza (…) la discriminante dell’esercizio del diritto di critica” (p. 2). Le numerose considerazioni alla sentenza, che seguono a una breve introduzione della disciplina giuridica della stampa, sono divise in due parti: l’impostazione interpretativa e il ragionamento decisorio.

Diritto e giornalismo

La libertà di stampa (art. 21, costituzione italiana) si articola nel diritto di cronaca, diritto di critica e diritto di satira. Il diritto di cronaca si definisce come il diritto di raccontare i fatti così come avvenuti per informare la comunità; il diritto di critica è il libero giudizio sui fatti di cronaca, esprimendo un punto di vista; il diritto di satira trova fondamento nella libera rappresentazione di fatti o persone con lo scopo di suscitare ilarità nel lettore/spettatore.
L’esercizio del diritto di cronaca e di critica è limitato da tre principi: verità, ossia la veridicità del contenuto dell’esposizione; continenza, cioè l’attinenza al fatto dell’esposizione priva di contenuti lesivi; e rilevanza pubblica, ossia l’interesse della comunità a esser informata sui fatti. Il diritto di cronaca incontra una più rigida applicazione dei limiti perché dev’esser obiettivo, mentre il diritto di critica incontra limiti più blandi, perché è soggettivo.
Il diritto di satira ha dei limiti ancor più blandi poiché il fine è suscitare ilarità nel lettore/spettatore, evidenziando con ironia e alterando in maniera grottesca aspetti di eventi o persone. Il limite è l’innocenza, che non deve sfociare in un “insulto gratuito”, né in un “banale mendacio”, con l’intento di nuocere a una determinata persona.

L’interpretazione: l’articoletto è critica o satira?

La sentenza offre un breve riepilogo della disciplina del diritto di critica (p. 2 e 3), senza però spiegare perché l’articolo scritto da Caldarola sia ritenuto un esercizio di critica e non di satira. Infatti, l’applicazione della disciplina della critica comporta un esame dei fatti secondo limiti più rigidi (verità, continenza, e interesse pubblico). È invece condivisibile un’interpretazione dell’articolo come esercizio del diritto di satira, per il contesto, il tono e l’obiettivo perseguito dall’autore.
La rubrica “Mambo” ne “Il Riformista” conteneva spesso articoli satirici su eventi, persone, tendenze politiche. Nello specifico, l’articolo pubblicato il 23 ottobre 2008 ironizzava sulla trasmissione “Annozero”, sul direttore Santoro e su alcuni suoi ospiti, inventando un avvenimento di preparazione alla trasmissione. Il carattere satirico dell’articolo appare evidente non solo dal tono, bensì anche dagli eventi narrati, chiaramente fittizi e atti a suscitare divertimento nel lettore.
I limiti del diritto di satira sono ravvisabili, secondo la giurisprudenza, nella “notorietà” del personaggio, nel “nesso causale tra la dimensione pubblica e il contenuto satirico”, e nella finalità dell’espressione, che non dev’essere meramente denigratoria.
Vauro Senesi è noto vignettista satirico ed era ospite stabile della trasmissione Annozero, oggetto della satira di Caldarola; di qui può esser stabilita la sua notorietà. Altresì, il contenuto specifico della frase dedicata a Vauro trova un nesso causale con la sua notorietà poiché fa espresso riferimento alla polemica suscitata dalla pubblicazione della vignetta su Fiamma Nirenstein. Infine, non è individuabile un contenuto meramente denigratorio, poiché la frase è inserita in un contesto generale: a Vauro infatti si dedicano 3 righe su 34 dell’articolo, e 21 parole (compresi i nessi logici) su 230 parole di cui è composto lo scritto.
Il “libero insulto” o il “banale mendacio” fanno riferimento a espressioni denigratorie dirette a una specifica persona, mentre inventare un’espressione che la persona oggetto di critica avrebbe detto, opportunamente inserita tra virgolette, nel contesto satirico costruito nell’articolo, non è riconducibile a queste categorie. La frase attribuita a Vauro aveva lo scopo di far riflettere sulla vignetta pubblicata e sulla cultura politica in cui essa è stata prodotta.

Il ragionamento (1): lecita la vignetta di Vauro, non la satira di Caldarola

La sentenza, pur senza motivazione, inquadra l’articolo come un esercizio del diritto di critica e non di satira, enunciando l’analisi dei limiti che non si sono considerati rispettati. Di verità, continenza e interesse pubblico, sono stati esposti solo i primi due principi.
Nell’analisi della verità di fatto si fa riferimento alla vignetta pubblicata da Vauro. Si riscontra la mancanza del requisito di verità per due motivi, anzitutto perché l’articolo fa “riferimento ad una vignetta mai realizzata e pubblicata nel corso della trasmissione Annozero bensì su un quotidiano e molti mesi prima in occasione delle amministrative (dell’aprile 2008)” e poi perché “fornisce una falsa rappresentazione del contenuto della vignetta, in modo peraltro non funzionale all’esercizio del diritto di critica” (p. 4).
Non si considera che il diritto di critica non si deve riferire a un fatto preciso o ad una persona specifica, bensì anche ad una tendenza o ad un gruppo. È dunque plausibile che il riferimento nell’articolo fosse rivolto alla tendenza generale dell’attività di Vauro come vignettista, che spesso accosta il simbolo della stella di David ad attività intenzionalmente sanguinarie, e alla tendenza della trasmissione Annozero di dare voce a una certa sinistra. Manca, quindi, una valutazione nel complesso della critica rivolta a Vauro, tanto più ché è inserita in un contesto di critica generale a una certa corrente politica.
Per quanto attiene invece alla produzione di Vauro, si legge che “la vignetta voleva evidentemente evocare la mostruosità nascente dall’accostamento di simboli tanto distanti” (la stella di David e il fascio littorio), al fine di “stimolare un dibattito sul tema della candidatura della Nirenstein in una lista con appartenenze tanto eterogenee” (p. 4). La sentenza qui analizza la vignetta come se essa stessa fosse potenzialmente diffamatoria, accogliendo la tesi di Vauro, senza spiegare perché è “evidente” che si voleva parlare della lista e non della Nirestein.
Non è “evidente” come l’accostamento dei due simboli sia un’ironica modalità per dibattere sulla candidatura nella Nirenstein con il PDL: non si comprende in effetti come il fascio littorio disegnatole sul petto sia funzionale alla grottesca rappresentazione della corsa alle elezioni di una deputata ebrea non di sinistra. Altresì la vignetta ritrae solo la Nirenstein, non anche gli altri candidati politicamente “distanti”.
Altresì, la raffigurazione del naso adunco, “caratteristica somatica (…) propria del suo tratto nella rappresentazione del naso” (p. 4), richiederebbe una più approfondita analisi dell’opera generale di Vauro.

Il ragionamento 2: la sinistra non può esser antisemita

Per quanto riguarda la continenza formale, la sentenza sostiene che l’espressione attribuita a Vauro “non può mai perdere il contenuto offensivo, riducendosi in ogni caso a una mera aggressione, tenuto conto dell’impegno sociale che il Senesi ha pubblicamente mostrato negli anni, anche con il sostegno a Emergency, l’associazione umanitaria fondata da Gino Strada” (p.4).
L’attribuzione di una frase non detta, e chiaramente indicata come immaginaria espressione del soggetto satirizzato, sarebbe “una mera aggressione” non in virtù del suo contenuto, bensì in virtù dell’impegno in campo umanitario del soggetto. Questo ragionamento, un po’ oscuro, ha due conseguenze: evita di dibattere cosa s’intenda per antisemitismo e offre un’interpretazione secondo cui l’impegno umanitario sarebbe incompatibile con visioni antisemite.

Osservazioni

Sorprende la mancanza di un’analisi sul limite dell’interesse pubblico, vista la polemica già scatenata dalla pubblicazione della vignetta di Vauro. La comunità poteva quindi avere l’interesse di esser destinataria di uno scritto satirico su questioni così cruciali come l’antisemitismo e il dibattito di una certa sinistra.
Sorprende anche la mancata analisi di cos’è l’antisemitismo. La sentenza non fa riferimento alla definizione europea di antisemitismo, elaborata dall’European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia nel 2007. Secondo questa definizione costituiscono manifestazioni di antisemitismo anche l’utilizzo di immagini associate all’antisemitismo classico (punto 3, seconda lista) e l’accostamento di politiche israeliane e immaginario nazista (punto 4). La produzione vignettistica fa spesso uso sia delle immagini dell’antisemitismo classico sia dell’accostamento delle politiche israeliane all’imaginario nazista. Pertanto è plausibile che l’articolo volesse anche, nelle 3 righe su 34 e con le 21 parole su 230, attirare l’attenzione del lettore su queste manifestazioni di moderno antisemitismo che non hanno bandiera politica.
Sconcerta il riferimento all’impegno umanitario, considerato quale “prova d’innocenza” da sentimenti antisemiti. Quest’affermazione, che ha un sapore più ideologico che giuridico, non trova spazio nel ragionamento generale della sentenza. Il tono della frase allude a una verità di fatto, a un fatto noto che, quindi, non precisa spiegazione. Non è per nulla chiaro come l’impegno umanitario con Emergency sia incompatibile con l’antisemitismo. Questa incompatibilità, che è reputata talmente assennata da non richiedere altre considerazioni, impedisce un sano dibattito sull’antisemitismo, sulle sue manifestazioni a sinistra, talvolta mascherate, spesso inconsce, e sovente parte di un più ampio dibattito su Israele.
Ancor più preoccupante è che alludere al potenziale antisemitismo di qualcuno sia grave reato di diffamazione, mentre esprimere antisemitismo non sia ancora un crimine perseguito.

Il FOGLIO - Emanuele Macaluso : "Macaluso, grottesche le motivazioni della sentenza pro Vauro".


Emanuele Macaluso, Vauro Senesi

Il 20 gennaio scorso il tribunale di Roma, nella persona della dottoressa Emanuela Attura, ha condannato Peppino Caldarola e Antonio Polito collaboratore del Riformista, il primo, e direttore del quotidiano, il secondo, a risarcire i “danni” subiti dal Senesi Vauro, vignettista del Manifesto, per un articolo diffamatorio scritto da Caldarola. Danno risarcitorio 25 mila euro. Il pubblico ministero aveva, invece, chiesto l’assoluzione dei due giornalisti. Su questa sentenza, quando era ancora in vita il giornale arancione, da me diretto, avevo scritto criticamente. E l’ho scritto non per un’antica amicizia con Caldarola e Polito, con i quali ho avuto anche delle polemiche. Sono i fatti che mi inducono ancora una volta a scrivere perché ritengo che le motivazioni di quella sentenza, rese note il 18 aprile scorso, dovrebbero allarmare chi ha a cuore la libertà di stampa, e non solo. Ricapitoliamo i fatti. Nel marzo del 2008, Vauro pubblicò una vignetta in cui disegnava Fiamma Nirenstein, ebrea, giornalista di sinistra, approdata a destra, parlamentare Pdl, con il naso adunco (tipica deformazione usata nella pubblicistica antisemita), con il fascio, il simbolo del partito e la stella di Davide (cucita come facevano i nazisti) sul petto. Peppino Caldarola, sul Riformista, nella sua rubrica, ironicamente collocava la vignetta in una immaginaria trasmissione di “Annozero” (a cui partecipa Vauro) per prendere in giro gli ospiti fissi di quel talk-show, concludendo che il vignettista, con quel disegno, aveva scritto di Fiamma “sporca ebrea” – locuzione con cui sintetizzava il suo pensiero su quella vignetta e perciò messa tra virgolette. L’opinione di Caldarola è rispettabile quanto quella di Vauro? O no? Quel disegno aveva provocato la protesta di tutta la comunita ebraica, come ha testimoniato al processo Riccardo Pacifici, presidente della comunità romana. La questione che con questa lettera voglio sollevare è, a mio avviso, molto grave, perché purtroppo c’è un giudice che nel giudicare i fatti fa prevalere i suoi legittimi convincimenti politici nelle sentenze come si evince, per esempio, leggendo le motivazioni di cui parlo. Vauro, dice che mette sul petto della Nirenstein il fascio perché Alessandra Mussolini e Ciarrapico sono, come lei, parlamentari del Pdl. Ma queste presenze fanno del Pdl un partito fascista, al punto da mettere un distintivo del fascio a una delle sue parlamentari che ha una radicale avversione al fascismo? Il mio giudizio su Berlusconi e il suo partito è noto per averlo scritto mille volte (non esagero) ma, qualificare come fascista il suo partito, perchè nel gruppo parlamentare ci sono Ciarrapico e la Mussolini può essere oggetto di una discutibile critica di Vauro, ma non può essere avallato da una sentenza di un tribunale della Repubblica. Leggo nelle motivazioni del giudice Emanuela Attura: “Ebbene, a parere della scrivente, a prescindere dalla considerazione che appare chiara l’assenza di contenuto antisemita nella vignetta pubblicata sul quotidiano il Manifesto nel marzo 2008 e che, anzi, come spiegato dallo stesso autore, se mai ve ne fosse bisogno, la vignetta voleva evidentemente evocare la mostruosità nascente dall’accostamento di simboli tanto distanti quali il fascio littorio, la stella di Davide e il simbolo del Popolo della libertà…”. Quindi la Nirenstein, come tutti i parlamentari e gli iscritti al Pdl ha adottato, con sentenza del tribunale, la “mostruosità” dei tre simboli messi insieme. Anche il simbolo del fascio! Infatti, la Nirenstein come ebrea viene disegnata nel modo in cui abbiamo detto. E il giudice dice, citando Vauro, che questo disegno voleva stimolare un dibattito sulla contraddizione che provoca la candidatura di Fiamma Nirenstein. Un dibattito che ha provocato l’indignata protesta di tutte le comunità ebraiche in Italia, per il giudice è indifferente. Infine, c’è un giornalista che alle esagerazioni caricaturali di Vauro replica con un corsivo ironico, e usa espressioni forti e ritorsive, e ora deve pagare 25.000 euro al vignettista. Ma in che paese siamo?

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13 maggio 2012

Roman Polanski: dal Ghetto di Varsavia a Hollywood

Sulla REPUBBLICA di oggi, 13/05/2012, a pag.1/29-31, con il titolo " Da Auschwitz al carcere,tutti demoni della mia vita", Curzio Maltese intervista Roman Polanski, una lettura  che offriamo ai lettori di IC, domande e risposte impareggiabili.

 PARIGI - L'appuntamento è alle 10 dell'8 maggio, festa nazionale, nella casa vicino agli Champs Elysées, dove mezza Parigi aspetta il passaggio del nuovo presidente Hollande. Il guardiano non c'è e ad aprirmi il portone del palazzo semi deserto arriva lui. Da lontano un ragazzo di quattordici anni, minuto, magrissimo, in jeans e maglietta bianca. Da vicino, il più incredibile quasi ottuagenario mai conosciuto. Roman Polanski. Ho trascorso decenni a guardare i suoi film e a leggere cronache sulla sua vita, più sbalorditive di qualsiasi sceneggiatura. La casa, la stessa dove si è rifugiato dopo la fuga dall'America, non è enorme come si può pensare, lo studio è affollato. Foto di una vita, con chiunque, da Otto Preminger a Keith Richards, locandine teatrali, manifesti dei film, quadri pop alle pareti. Montagne di libri di ogni genere, ordinati per argomenti, sormontati da una monumentale raccolta di riviste scientifiche americane. «Vuole un caffè all'italiana?Niente da bere, tanto zucchero». L'avvio non è promettente: «Vede, ho fatto questa lunga intervista con Andy per non dover mai più parlare coi giornalisti», ride. Ma per tre ore risponderà a qualsiasi domanda, sulla sua vita e il suo cinema. A Film Memoir è una lunga conversazione con il suo amico Andy Braunsberg, dove Polanski accetta di parlare di tutte le tragedie della sua vita. La morte di sua madre ad Auschwitz, la deportazione di suo padre a Mauthausen, il massacro di Sharon Tate da parte del gruppo di Manson, l'arresto e la prigione con l'accusa di aver abusato di una minorenne, la fuga dall'America, l'ultimo arresto a Zurigo due anni e mezzo fa. Se pure non fosse la vita di uno dei più grandi geni della storia del cinema, sarebbe comunque un documento straordinario sui miti e la storia degli ultimi settant'anni, dall'Olocausto al dopoguerra, al comunismo sovietico, la swinging London degli anni Sessanta, il '68, l'epoca d'oro di Hollywood e la fine del sogno americano, la terribile bellezza dei Settanta, la restaurazione degli Ottanta, fino all'alba incerta del nuovo millennio. È un racconto quasi insopportabile anche soltanto da ascoltare, e lui l'ha vissuto. In molti punti s'interrompe per la commozione. Che cosa ha spinto Polanski, a parte la molestia di noi giornalisti, ad affrontare questo calvario?" Voglio mostrarle qualcosa». Si alza, mi indica due scaffali densi di volumi. «Questi sono tutti libri scritti sulla mia vita. Migliaia di pagine e neppure un dieci percento di verità. Non parlo soltanto di interpretazione di fatti, ma di nomi, luoghi, fatti inventati. Lei è un giornalista. Muoviamo entrambi dalla stessa idea, che da qualche parte debba esistere una verità. Milioni di persone nel mondo hanno sentito parlare di me non per i film, come avrei voluto, ma per la vita privata, attraverso l'immagine distorta che hanno dato i media. Non posso cambiare questo, ma prima di morire volevo raccontare la mia versione. Non in quaranta minuti di talkshow, ma in giorni di dialogo con qualcuno che mi conosce». Una volta visto A Film Memoir mi trovo davanti un uomodi 77 anni che ne dimostra venti di meno, impegnato a scrivere un nuovo film. Come ha potuto resistere? Non ha mai avuto la tentazione di farla finita? «Non una, moltevolte. Mi ha aiutato Faulkner. Ricorda il racconto Le palme selvagge ? Alla fine il protagonista, che ha vissuto una tragica storia d'amore, in prigione medita il suicidio, guarda la finestra della cella e pensa: se io mi ammazzo la sola memoria di questo amore sparirà per sempre con me. Quando un uomo muore, il suo mondo, il pensiero se ne va con lui. A parte questo, la mia vita non è stata soltanto una discesa. Vi sono state compensazioni, stagioni di assoluta felicità» Parliamo di questa stagione felice, la metà degli anni Sessanta. A soli trent'anni raggiunge il successo internazionale con Repulsion, protagonista Catherine Deneuve... «Il mio peggior film!», ride. Nei tre anni successivi una serie di capolavori, Cul de sac,Il ballo dei vampiri (sciaguratamente tradotto in italiano Per favore non mordermi sul collo), Rosemary's Baby, che la consacrano il genio nascente del cinema mondiale. Conosce Sharon Tate, diventate la coppia più amata di Hollywood. Sono gli anni della swinging London, dove lei vive, quelli della speranza, della rivolta giovanile e della liberazione sessuale. «Erano anni fantastici, ci si conosceva tutti. Andavi in un locale e ti trovavi accanto i Beatles o i Rolling Stones, Peter Sellers...» Ho visto le sue foto con Keith Richards. Era per i Beatles o i Rolling Stones? «Beatles, tutta la vita!» In quegli anni lei gira il suo film più felice, Il ballo dei vampiri, una commedia di uno humour fulminante, e sul set s'innamora di Sharon. Il tutto in Italia. «A Ortisei, un luogo incantato. Non ho più avuto la forza di tornarci. SI, fu il mio film più felice. C'erano l'amore per Sharon, l'amicizia con Gérard (Gérard Brach, sceneggiatore di molti film di Polanski, ndr) e la magia di un'epoca irripetibile. Avevo vissuto il nazismo, il comunismo e si spalancava una stagione di assoluta libertà. Allora sembrava che quel progresso civile sarebbe continuato all'infinito, ma non fu così. Se penso a quanto siamo tornati indietro nel costume in questi quarant'anni... Le è capitato di recente di vedere un mio film alla tv americana?» SI e capisco cosa vuol dire. Ogni minuto c'è un beep al posto di parole"politicamente scorrette": bitch, goddamned, fuck. Ridicolo. Gli ultimi trent'anni sono stati la rivincita del conservatorismo, il classismo, il puritanesimo, ora perfino il razzismo. Perché? «Me lo sono chiesto spesso e ho trovato una risposta nel lavoro dello storico William McNeill, che spiega l'alternarsi di progresso e regressione con l'avvento delle grandi epidemie. Si tende a sottovalutare l'impatto delle epidemie rispetto alle guerre. Ma per fare un esempio, la Prima guerra mondiale ha fatto otto milioni di morti e subito dopo la "spagnola" ne fece quaranta milioni. Questo per dire che gli anni Sessanta sono stati una parentesi liberatoria fra l'invenzione della pillola e l'esplosione dell'Aids, vissuta o usata come una specie di punizione divina. Credevamo che la storia, la società sarebbero cambiate per sempre e invece era soltanto un'epoca troppo bella per durare». La data che mette fine agli anni Sessanta coincide con la più grande tragedia della sua vita. Il massacro di Cielo Drive, l'assassinio di Sharon Tate, incinta di otto mesi, e di quattro amici. Nei venti mesi prima di scoprire gli autori, Charles Manson, i media la sbattono sul banco degli imputati. «Ero annichilito dal dolore e dovevo per giunta difendermi. Ero a Londra il giorno del massacro, ma ero il sospettato. Scrissero che c'era stato un rito satanico. La prova era una tavola "Ouija" trovata nella villa. A un certo punto ho chiesto io stesso alla polizia di sottopormi alla macchina della verità. Ma tutto questo lo racconto nel film». Non le farò altre domande. Ma mi colpisce che Manson condividesse un tratto con Hitler. Erano due artisti falliti. L'ho vista recitare a teatro in Amadeus la parte di Mozart avvelenato dall'invidia di Sa!ieri e l'identificazione era totale. «Sono molto pericolosi gli artisti mancati. Alla fine si scoprì che il movente era quello. Manson mandò i suoi a uccidere perché quella era stata la casa di un produttore che aveva rifiutato le sue canzoni. Avevamo affittato la casa sbagliata». Passano anni bui, di lutto, ma nel '74 torna al successo mondiale con un capolavoro, Chinatown. Un enorme successo anche di pubblico, nonostante quel finale disperato. Sarebbe possibile oggi? «Forse no. Già all'epoca litigai con lo sceneggiatore che voleva un lieto fine. Ma non avrebbe avuto senso. Volevo lasciare il senso dell'ingiustizia. È l'unico modo che ha l'arte per sperare di convincere le persone a cambiare le cose. A quattordici anni avevo visto al cinema Uomini e topi di Steinbeck ed ero uscito devastato, non riuscivo a darmi pace. Poi mi dissi: se non ci fosse stato quel finale ora non sarei qui a pensarci da ore. Fu una lezione per la vita». L'ultima frase «lascia perdere Jake, è Chinatown» condensa la filosofia di tanto suo cinema, l'idea che i sistemi siano sempre più forti degli individui. Qualcosa che subito dopo avrebbe sperimentato sulla sua pelle nel caso di Samantha. «Ho fatto un terribile errore, che continuo a pagare. Ma non sono scappato, ho ammesso le mie colpe. Ero a Tahiti per le riprese di un film, sono tornato in America per consegnarmi, confessare e andare in galera. La mia confessione era l'unica vera prova. Mi mandarono in un carcere dove si uccidevano detenuti ogni giorno. Ne uscii vivo, convinto di aver espiato la pena. Ma il giudice ci ripensò e disse di volermi rimandare in galera con una pena indeterminata, insomma avrebbe poi deciso lui. A quel punto lasciai l'America per sempre» In quei giorni, a propria discolpa, lei disse una cosa ferocemente stupida «Tutti vogliono scoparsi una ragazzina». Nel corso di un controverso colloquio, lo scrittore Martin Amis gliela rinfacciò duramente. Non tutti vogliono scopare ragazzine e in ogni caso fra una fantasia erotica e un vero atto criminale corre un abisso. «Certo, non lo direi ora e neppure allora, se non fossi stato sconvolto. Una cosa che non perdono ai giornalisti è di aver usato frasi dette in momenti di debolezza, rabbia, dolore, come dopo la morte di Sharon o l'arresto, per avvalorare l'immagine di mostro che mi avevano disegnato addosso. Ma tutto il mio agire concreto, il rientro in America, la confessione, la volontà di scontare la pena, sono più importanti delle parole sfuggite, non le pare?» Ma perché l'America non l'ha mai perdonata? «L'America? Direi piuttosto un giudice e i media. Una volta assunte le mie responsabilità, non ho avuto mai problemi con Samantha Geimer. Mentre entrambi ne abbiamo avuti con la persecuzione dei media». Nel settembre del 2009, a settant'anni esatti dall'invasione nazista della Polonia, il destino le si presenta ancora all'aeroporto di Zurigo, dove viene portato in carcere per un mandato d'arresto americano di trentadue anni prima. Qual è la sua reazione? «Ero completamente sbalordito, ma anche molto calmo. Fu molto diverso dalla prima volta. Il direttore del carcere di Zurigo, un carcere di massima sicurezza, mi accolse con un'aria imbarazzata. Nei mesi successivi mi aiutò molto, era evidentemente convinto che non avrei dovuto stare lì o comunque restarci il meno possibile. Da tutto il mondo arrivarono attestati di solidarietà. Certo fu molto doloroso per mia moglie Emmanuelle e soprattutto peri miei figli, Morgane ed Elvis.Alla fine fu Elvis a tagliare il braccialetto elettronico, il giorno che il governo svizzero rifiutò l'estradizione». Con una vita come la sua è paradossale che lei abbia spesso raccontato drammi chiusi nelle quattro mura di un appartamento, con protagonisti dall'esistenza anonima, comune. «L'immagine che mi ha più influenzato è il ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck. È una scena all'apparenza semplice, un uomo e una donna che si tengono per mano al centro di una stanza da letto di un ricco appartamento borghese. Eppure è una delle opere più enigmatiche della storia dell'arte. La normalità è piena di mistero». A giudicare dallo humour sulfureo dei suoi film, che balena sempre nel mezzo dell' angoscia più totale, si direbbe che nella scrittura l'abbia influenzata Franz Kaka «È stata la prima vera scoperta dell'arte. Avevo tredici anni e avevo visto e letto soltanto brutti film e mediocri romanzi. A un tratto, nel grigiore della letteratura ufficiale comunista, scoprii che si poteva scrivere il quel modo. Un fuoco d'artificio, una fantasia sconfinata e uno humour inarrivabile. In Polonia si discuteva molto della comicità di Kafka. Quando sono venuto in Francia gli intellettuali sgranavano gli occhi. Non avevano capito niente». A quasi settant'anni firma il suo capolavoro assoluto e forse l'opera definitiva sul tema dell'Olocausto,  il pianista. A Braunsberg racconta che molte delle scene più terribili del film sono in realtà suoi ricordi dell'infanzia nel ghetto. Ma ancora una volta le chiedo di un finale. Quell'ultimo scambio di sguardi fra il protagonista, ormai libero, e l'incredulo, terrificato del tedesco rinchiuso in un campo di prigionieri. Che cosa significa? «Questo: mi sono battuto per che cosa? Per quale ideale? È importante che qualcuno allevato dentro un certo pensiero si renda conto dell'orrore, della follia». La pietasdel finaleè molto laica, non ha nulla a che vedere con un'idea religiosa, come qualcuno ha voluto interpretare, o no? «Non sono un credente. Sono stato cattolico per un periodo dell'infanzia, quando ero rifugiato presso una famiglia di contadini cattolici. Neppure la mia famiglia era religiosa. Ho saputo di essere ebreo dai nazisti. Del resto, come scrive Dawkins, che cosa significa per un bambino essere ebreo, cattolico, protestante, musulmano, induista?» Non ha potuto ricevere l'Oscar per Il pianista e soprattutto da trentacinque anni non può girare negli Stati Uniti, che l'hanno eletta a genio del cinema. Le è mancato? «Non ci ho più pensato. Il vantaggio di girare in America era di avere mezzi enormi, impensabili in Europa. Ma il sistema è anche assai più pericoloso e crudele. Pensi alla parabola di Orson Welles, il più grande talento del cinema, da Quarto potere al non trovare i soldi per finire gli ultimi film». Compirà 78 anni ad agosto, continua a fare film importanti, come Carnage — a proposito, il primo happy end della sua filmografia — è felice con Emmanuelle Seigner, dalla quale ha avuto due bellissimi figli. E forse per la prima volta un uomo sereno. Come guarda al futuro? «Sono sempre stato ottimista, altrimenti non sarei qui. Sono curioso del futuro, dei progressi tecnologici. Divoro libri di scienza da sempre. Uno di questi ha cambiato il mio modo di pensare e intaccato il mio ottimismo: Il secolo finale di Martin Rees. L'ha letto?» Il grande astronomo che, con un calcolo di probabilità, sommando i potenziali distruttivi delle nuove tecnologie, l'ipotesi di catastrofi ambientali e il rischio crescente di terrore o errore nucleare, pronostica la fine dell'umanità nei prossimi cento anni? No, ho cercato di evitarlo. «Io sì ed è disgraziatamente assai convincente. Da padre sono preoccupato. E mi chiedo perché non lo siano tutti i genitori. Si discute soltanto di economia, viviamo questa dittatura dell'economia. Ma è la scienza che sta cambiando il mondo». Forse anche l'arte, il cinema, un po' l'ha cambiato e potrebbe cambiarlo, non le pare? «Forse, un poco. Qualche mio film è servito a far venire dei dubbi a qualcuno. E tanto mi basta». 


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13 maggio 2012

Perché i sauditi stanno facendo scorte di oro nero?



 

 

Questa arriva dalla squadra di ricerca che si occupa di commodity per la banca Goldman Sachs: "I sauditi hanno accumulato riserve di greggio per 35 milioni di barili nel periodo dicembre-febbraio. La prima domanda è: perché l'Arabia Saudita estrae greggio al ritmo più intenso degli ultimi trent'anni per metterlo semplicemente nelle riserve?". Aggiornamento di ieri: il ministro del Petrolio saudita, Ali al Naimi, ha detto che ora le scorte di petrolio sono arrivate a più del doppio, 80 milioni di barili.
La domanda se la pone anche Izabella Kaminska, analista del Financial Times: perché i sauditi - "che sono la banca centrale del petrolio" pompano freneticamente greggio dai pozzi e non lo mettono sul mercato? Il Brent è attorno ai 100 dollari al barile, e "fare scorta durante un periodo di prezzi alti è un controsenso economico", sarebbe il momento più adatto per vendere.
Tanto più che, secondo Reuters, per colpa delle sanzioni l'Iran trabocca di petrolio invenduto, tanto da essere costretta a tenere ferma metà della sua costosissima flotta di superpetroliere poco al largo della costa per usarle come magazzini galleggianti: "Diciannove navi, classe Suezmax e Very large crude carriers, per una capacità di 33 milioni di barili di petrolio". Ricapitolando: tra le scorte dei sauditi e quelle degli iraniani non c'è mai stato così tanto petrolio contemporaneamente sopra la crosta terrestre invece che sotto. Ci sono teorie diverse.
Una sostiene che i mesi del caldo stanno arrivando, in Arabia Saudita la domanda di energia aumenterà per colpa dei condizionatori d'aria e quindi i sauditi hanno pensato bene di fare scorta durante la stagione fredda, quando il clima è mite e la domanda è minore. Ma il picco nei consumi elettrici è un fatto stagionale che si ripete ogni anno. Un'altra spiegazione è che i sauditi si preparano a un forte periodo di tensioni nel Golfo. La capacità dell'Opec di aumentare la sua produzione, fa notare Kaminska, è di un milione di barili in più al giorno, ma la produzione dell'Iran è di 2,2 milioni di barili al giorno.
Se qualcosa privasse il mondo del greggio iraniano, gli altri paesi non riuscirebbero a soddisfare la domanda. Resta da capire che cosa può essere questo qualcosa a cui i sauditi si preparano. Aiuta un'altra notizia dal mercato petrolifero, da Reuters: i sauditi a marzo hanno esteso l'aumento di vendite di greggio agli Stati Uniti.
"Contrariamente alle aspettative, secondo cui l'aumento dell'estrazione del greggio saudita era destinato ai mercati asiatici in espansione, i dati mostrano che le spedizioni verso gli Stati Uniti sono salite con discrezione del 25 per cento, tornando al livello più alto dal 2008, quando il primo paese dell'Opec tentava con una superproduzione di calmare il prezzo record del greggio arrivato vicino ai 150 dollari al barile".
L'Arabia Saudita aumenta la produzione di petrolio ma in parte lo tiene e in parte lo spedisce a un mercato che non è quello che ti aspetti. Un meccanismo così previdente che ieri il ministro al Naimi ha aggiunto che "i prezzi sono troppo alti, possiamo farli scendere", come dire: "Forse abbiamo esagerato con le scorte, liberiamoci di un certo quantitativo". Riad e Washington tengono in considerazione la possibilità a breve termine di uno strike israeliano contro il programma atomico di Teheran e le sue conseguenze: la chiusura dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia marittimo attraverso cui passa un terzo del petrolio mondiale, da parte degli iraniani; gli attacchi di rappresaglia contro Israele; l'intero quadrante mediorientale destabilizzato.
Sanno che in caso di attacco la produzione di petrolio subirà un rallentamento generale e non vogliono che - come minaccia Teheran - il prezzo schizzi oltre quota 200 dollari e provochi un infarto all'economia mondiale. Se non è per la guerra, potrebbe essere per le sanzioni. Il primo luglio scatta l'embargo quasi totale dell'occidente - Stati Uniti più Unione europea - contro il petrolio iraniano.
I produttori possono colmare la scomparsa dell'offerta iraniana dal mercato, ma sarà un periodo da amministrare con cautela: da qui la necessità di riserve. Intanto Teheran cerca altri acquirenti e strategie per aggirare le sanzioni: due giorni fa, secondo i banchieri di Dubai, ha cominciato ad accettare il pagamento da parte della Cina in yuan e non più in dollari. Per evitare di spendere troppo nel cambio, Teheran starebbe investendo i profitti direttamente in beni da comprare sul mercato cinese.
Daniele Raineri il Foglio




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11 maggio 2012

È tempo di rottamare l’Unrwa. Gonfia il problema dei profughi, dilapida gli aiuti internazionali, impedisce la soluzione a due stati

È tempo di rottamare l’Unrwa
L’agenzia Onu per i profughi palestinesi (l’UNRWA ovvero United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees) costituisce uno dei più grossi ostacoli al processo di pace. Lo ha ribadito la parlamentare israeliana Einat Wilf (del partito Indipendenza, che fa capo a Ehud Barak), durante un incontro con 65 ambasciatori e diplomatici di alto livello provenienti da tutto il mondo che si è tenuto agli inizi del mese presso l’Università Bar-Ilan.
Einat Wilf ha lanciato una nuova campagna parlamentare internazionale per promuovere una riforma dell’UNRWA e contrastare “l’inflazione quantitativa dei profughi”, con lo scopo di rendere concretamente possibile la soluzione a due stati. “Quando sento un palestinese affermare che esiste un ‘diritto al ritorno’ all’interno del sovrano stato di Israele – ha spiegato Einat Wilf – mi domando se costui voglia davvero la pace e accetti il concetto di una soluzione a due stati, che in quanto tale prevede uno stato ebraico accanto a uno stato arabo”. Ed ha aggiunto: “In tutto il mondo, solo l’UNRWA riconosce una sorta di diritto ereditario automatico allo status di profugo”.
Infatti - a differenza dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees), l’organismo che si fa carico di tutti i profughi del mondo che non siano palestinesi - l’UNRWA garantisce i suoi servizi a tutti i discendenti dei profughi palestinesi della guerra del 1948 anche dopo più generazioni: un meccanismo attraverso il quale l’ammontare dei profughi palestinesi registrati non fa che aumentare ogni anno.
La parlamentare israeliana fa appello alla comunità internazionale perché affronti la questione della continua “inflazione” del numero dei profughi palestinesi, e intende rivolgersi direttamente alle commissioni dei vari Parlamenti incaricate di approvare gli stanziamenti a favore dell’UNRWA. La sua proposta è che le commissioni trasferiscano i fondi destinati all’UNRWA dal finanziamento di base per usi generali a finanziamenti mirati per scopi e progetti specifici. Ad esempio, spiega Einat Wilf, se la striscia di Gaza farà indiscutibilmente parte del futuro stato palestinese, un bambino che nasce oggi a Gaza non può essere considerato “profugo”. I paesi donatori continuino a finanziare ospedali, scuole e assistenza sociale nella striscia di Gaza, ma che il loro aiuto non sia legato allo status di profugo, bensì alle necessità reali.
Einat Wilf accusa l’UNRWA di minare gli sforzi volti a sostenere l’Autorità Palestinese come futuro governo di uno stato palestinese, e suggerisce che i fondi diretti ai programmi dell’UNRWA in Cisgiordania vengano trasferiti direttamente all’Autorità Palestinese, che possa così rafforzare le strutture del suo futuro stato. Inoltre, suggerisce che i programmi dell’UNRWA in Libano, Siria e Giordania vengano accorpati con quelli dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.
Una volta che fossero attuate queste misure, spiega Wilf, la quantità totale di veri profughi palestinesi (riconosciuti come tali in base agli standard applicati a tutte le altre comunità di profughi del mondo) si “sgonfierebbe” scendendo a circa 30.000. Secondo la Wilf, questo numero “effettivo” di profughi palestinesi aprirebbe la strada alla soluzione a due stati, giacché “anche un governo israeliano di destra” sarebbe disposto ad accettare l’ingresso in Israele di profughi palestinesi nell’ordine di questa cifra, a patto che accettino di convivere in pace coi loro vicini (laddove, al contrario, la continua minaccia palestinese di pretendere l’ingresso in Israele di milioni di discendenti di profughi non può essere accettatala da nessun governo israeliano).
Alcuni dei diplomatici presenti hanno obiettato che questi passi non andrebbero fatti prima dell’accordo di pace definitivo, osservando che quella dei profughi è una delle questioni chiave che devono essere affrontate nel quadro dei negoziati. Einat Wilf ha tuttavia ribattuto che, se il processo non viene rovesciato, è molto improbabile che i negoziati possano avere successo.

(Da: Jerusalem Post, 1.2.12)

Nella foto in alto: Einat Wilf, parlamentare israeliana del partito Ha'atzmaut (Indipendenza)

Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese” (in inglese):
«Under UNRWA's operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. [...] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 5 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.»
http://www.unrwa.org/etemplate.php?id=86 




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11 maggio 2012

Giornata della Nakba, giornata dell’insolenza. Quelli che allora rifiutarono il compromesso, oggi vogliono alimentare lo scontro

Di Dan Margalit
Anche quest’anno il bel tempo e i bei parchi nazionali hanno fatto da cornice al tradizionale barbecue delle famiglie israeliane in occasione di Yom Ha'atzmaut, la 64esima festa dell’indipendenza. Come sempre, la maggioranza ebraica d’Israele ha mostrato tolleranza e comprensione verso la riluttanza della minoranza araba a prendere parte ai festeggiamenti generalizzati e spontanei che caratterizzano questa giornata. Se e quando, un bel giorno, arriveremo a una vera pace, forse i due popoli saranno capaci di ritrovarsi in questa giornata per celebrare l’indipendenza da ogni dominio straniero: la cacciata dei turchi, cui fece seguito il dominio britannico. Ma i popoli ebraico e palestinese sono ancora molto lontani da quel fausto giorno.
Ecco perché l’Israele ebraico capisce le riserve di certi arabi israeliani rispetto ai simboli dell’indipendenza dello Stato d’Israele. Da questo settore della popolazione ci si aspetta che rispetti le celebrazioni di Yom Ha'atzmaut, non che vi partecipi. Esattamente come ha fatto il giudice della Corte Suprema Salim Joubran che si è rispettosamente alzato in piedi durante l’esecuzione dell’inno nazionale, ma non ne ha cantato personalmente le parole. Un comportamento che è stato guardato con comprensione (lo ha fatto esplicitamente lo stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu).
Ma la leadership araba in Israele non si accontenta di astenersi. Vuole attivamente protestare contro la ritrovata libertà che il popolo ebraica celebra a Yom Ha'atzmaut. È così che la giornata dell’Indipendenza d’Israele viene trasformata in una sequela di manifestazioni da giornata della Nakba (“catastrofe”), come per affermare che la nascita d’Israele costituisca in se stessa una “catastrofe”.
Sì, è vero, c’è stata una “catastrofe”: fu quando gli arabi d’Israele respinsero con aggressività ed anche con la violenza il piano approvato dall’Onu il 29 novembre 1947 per la spartizione del paese in due stati (uno ebraico e uno arabo). Il giorno dopo venivano già assassinati cinque ebrei. La guerra che ne seguì, iniziata come un’eruzione di scontri e battaglie non ufficiali fra eserciti di fortuna, crebbe fino a diventare un furibondo attacco mortale contro la popolazione ebraica del paese. Fortunatamente la popolazione ebraica, allora in minoranza, fu abbastanza forte da respingere quell’attacco.
Gli arabi israeliani che non desiderano festeggiare Yom Ha'atzmaut con il tradizionale barbecue, farebbero bene ad approfittare di questa giornata per porsi qualche domanda: cosa accadde di preciso 64 anni fa? Come fu possibile che gli ebrei porgessero ancora una volta la mano in pace e furono rifiutati? Persino sul fronte Tel Aviv-Giaffa, dove in effetti un cessate il fuoco era stato raggiunto, i capi nazionalisti arabi forzarono gli arabi del posto a violare la tregua e aprire il fuoco sulla più importante città ebraica. Ma quando l’assaltò fallì, tornarono a lamentarsi del loro triste destino. La verità è che si procurarono da soli quella “Nakba”, e l’incapacità della piazza araba di capirlo potrebbe benissimo costituire il vero grande ostacolo sulla via della pace. Su questo argomento consiglieri loro di leggere perlomeno il libro del professor Benny Morris.
È un dato di fatto che il proposito era quello di ammazzare tutti gli ebrei, ma è anche vero che migliaia di arabi della Terra d’Israele ebbero a soffrirne grandemente. Per la maggior parte preferirono diventare profughi e poi, anziché infuriarsi coi loro fratelli che si rifiutavano di integrarli in Siria e in Libano e nella striscia di Gaza (in Giordania fu diverso), se la presero a morte con gli ebrei che avevano osato difendersi.
Possiamo e dobbiamo mostrare comprensione per i loro amari ricordi. Ma se devono essere celebrati in un determinato giorno, è ingiusto farlo il 5 di Iyar, la data del calendario ebraico in cui noi celebriamo la nostra ritrovata libertà e indipendenza. Commemorare la giornata della "catastrofe" proprio nel giorno in cui Israele celebra la propria indipendenza indica solo un’insolente volontà di alimentare lo scontro.

(Da: Israel HaYom, 27.4.12)

Nella foto in alto: Dan Margalit, autore di questo articolo




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11 maggio 2012

Israele? Un’entità coloniale destinata a scomparire: è solo questione di tempo

Israele è un’entità coloniale europea destinata a scomparire. È quanto afferma la famiglia palestinese che ha ispirato il famoso e controverso libro “The Crisis of Zionism” (la crisi del sionismo) del giornalista ebreo americano Peter Beinart.
Intervistati sabato nella loro abitazione nel centro di Hebron (Cisgiordania), i membri della famiglia Jaber dicono che non avevano idea che un breve video del loro figlioletto Khaled Jaber si fosse trasformato nella principale fonte d'ispirazione per un libro, per di più un libro finito al centro del dibattito sui rapporti fra comunità ebraiche in Israele e negli Stati Uniti. Non sapevano nemmeno che Khaled e suo padre fossero esplicitamente citati nella prima pagina dell’introduzione del libro.
Intervistata sulla soluzione “a due Stati” del conflitto israelo-palestinese, Falastin Jaber, la madre del piccolo Khaled, dichiara: “A noi occorre tutta la Palestina”. Definendo Israele parte dello “stampo coloniale europeo sul Medio Oriente”, Falastin Jaber paragona lo Stato ebraico alla colonia francese in Algeria e a quella italiana in Libia, aggiungendo che, come quelle, anche Israele un giorno scomparirà. “E’ solo questione di tempo” dice, spiegando d’essere convinta che al conseguimento di questo obiettivo contribuiscono “le piccole battaglie come quella di Khaled”, che ha ispirato il libro di Peter Beinart.
A proposito delle loro simpatie politiche, la signora Jaber preferisce non esprimersi, mentre suo padre Badran Jaber, 65 anni, pensionato già professore di geografia e sociologia al Politecnico di Hebron, afferma di non aver votato per Hamas alle ultime elezioni palestinesi e si definisce un sostenitore da lungo tempo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (fondato da George Habbash, responsabile fra l’altro dell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Zeevi a Gerusalemme nell’ottobre 2001 e di vari attentati suicidi fra il 2002 e il 2004). Falastin Jaber, che dopo la separazione non ha mantenuto il cognome del marito, sembra invece voler cambiare discorso e passa a parlare di quella che definisce, in inglese, “la grande menzogna” che Israele sia uno Stato ebraico: un fatto smentito, a suo dire, dai tanti israeliani etiopi e russi che non sono ebrei e dal fatto che lo stesso Theodor Herzl “era ateo”.
Peter Beinart, l’autore di “The Crisis of Zionism”, ha dichiarato che il suo best-seller gli è stato ispirato in gran parte dalla visione di un breve filmato, trasmesso da Sky News nell’agosto 2010, in cui si vede il piccolo Khaled, allora di 5 anni, in lacrime che chiama il padre Fadel mentre questi viene arrestato dalla polizia di frontiera israeliana durante alcuni incidenti verificatisi nel villaggio cisgiordano di Baka per una disputa col vicino villaggio ebraico di Kiryat Arba sui diritti di sfruttamento dell’acqua. Fadel, commerciante ambulante di tessuti, restò in carcere tre mesi. “Ho scritto questo libro quando ho visto Khaled Jaber, che avrebbe potuto essere mio figlio – scrive Beinart nell’introduzione del suo volume – Il pianto di Khaled mi ha lasciato ammutolito dall’orrore davanti allo schermo del computer”. Informata che suo figlio ha contribuito a ispirare un libro al centro del dibattito ebraico-americano, Falastin Jaber, insegnante di letteratura araba in una scuola superiore, afferma che “il popolo palestinese ha milioni di Khaled: ci sono molti altri Khaled a Gaza, nel campo di Jenin, a Qana nel sud del Libano”.
Durante l’intervista, il piccolo Khaled, seduto sul divano, sembra troppo intimidito per parlare, anche quando il nonno lo sprona a raccontare ai giornalisti di “quando gli ebrei sono venuti a portare via papà”.
La controversa tesi del libro di Beinart, secondo cui il sostegno per Israele degli ebrei "liberal" sarebbe in declino a causa delle politiche israeliane, è stata al centro di un acceso dibattito nel mondo ebraico sin da prima che uscisse in libreria, nel marzo 2012. In una delle recensioni più critiche Bret Stephens, vicedirettore della pagina degli editoriali e columnist per gli affari esteri del Wall Street Journal, esordiva contestando appunto il parallelo fatto da Beinart tra se stesso e la famiglia Jaber. “Ci si sarebbe aspettati – scriveva Stephens – che Beinart facesse perlomeno lo sforzo di contattare i Jabers, magari prendendo un aereo per andare a incontrarli di persona, e che cercasse di capire chi sono i membri di questa famiglia nel cui nome sembra aver scritto il suo libro”. Se l’avesse fatto, avrebbe scoperto dei risvolti interessanti che avrebbero sicuramente arricchito il suo punto di vista.

(Da: Jerusalem Post, 30.4.12)

Nelle foto in alto: Falastin Jaber e suo padre Badran durante l’intervista. Fra i sopramobili della loro casa, la consueta mappa delle rivendicazioni territoriali palestinesi: Israele è cancellato dalla carta geografica




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11 maggio 2012

Mofaz ha un piano che potrebbe costringere Netanyahu e Abu Mazen a prendere decisioni cruciali

Il momento della verità
Di Carlo Strenger
Per ovvie ragioni, la bomba politica di martedì in Israele ha lasciato attoniti cittadini e commentatori. In particolare viene sottolineato come ora il primo ministro Benjamin Netanyahu sia una sorta di re incontrastato della politica israeliana, giacché in sostanza ogni singolo partito della coalizione sa che il governo non ha bisogno di lui per restare in sella. Naturalmente sia Netanyahu che il leader di Kadima, Shaul Mofaz, hanno spiegato d’aver preso questa decisione per il bene supremo del Paese, e naturalmente molti israeliani non gli credono più di tanto, giacché gli interessi in gioco sono fin troppo evidenti. Ma una volta detto tutto questo, e fatto il bilancio di vincitori e perdenti, occorre dare un’occhiata spassionata alla nuova situazione: cosa ci si può aspettare concretamente? La stampa sia israeliana che internazionale focalizza l’attenzione sulla questione dell’Iran: chi sottolineando che l’ampia coalizione offre a Netanyahu maggiori margini di manovra, chi – specie all’estero – augurandosi che Mofaz porti nel governo una posizione di maggiore cautela sull’opzione militare. A mio parere, invece, il fattore più interessante è quello di cui si è parlato meno: l’impegno della nuova coalizione a rilanciare il processo negoziale coi palestinesi. […]
È da un po’ di tempo che Mofaz, il nuovo alleato di Netanyahu, va sostenendo un piano di pace in due fasi. In sintesi, propone di istituire immediatamente uno stato palestinese sul 60% della Cisgiordania affrancando in questo modo più del 99% della popolazione palestinese dall’amministrazione israeliana. Ciò creerebbe condizioni favorevoli per veri negoziati sulla composizione definitiva del contenzioso. Il piano di Mofaz richiederebbe lo sgombero immediato di un certo numero di avamposti d’insediamento sorti in quel 60% di territorio che passerebbe sotto sovranità palestinese. Attuare questo piano, inoltre, significherebbe porre fine al sogno dell’integrità della Terra d’Israele (comunemente indicato come “grande Israele”), e significherebbe fare dello stato palestinese una realtà di fatto, lasciando aperta soltanto la questione del tracciato definitivo dei confini.
Quindi, entro i prossimi diciotto mesi (scadenza naturale della legislatura), arriverà per Netanyahu il momento della verità. Se Mofaz metterà il suo piano sul tavolo del nuovo governo, Netanyahu dovrà decidere: prendere decisioni cruciali nell’intento di porre fine al secolare conflitto coi palestinesi, o passare alla storia come l’uomo che ha mancato l’occasione per farlo? […]
Se Netanyahu deciderà di procedere con qualcosa di simile al piano Mofaz, allora arriverà il momento della verità per Mahmoud Abbas (Abu Mazen), giacché per lui sarebbe tutt’altro che facile imboccare questa strada. I palestinesi temono che, in un processo per fasi, i confini provvisori del loro stato finiscano per diventare definitivi. Per questo Abu Mazen potrebbe rifiutarsi di cooperare sulla base del piano Mofaz, esigendo invece che si arrivi direttamente all’accordo definitivo. Il che, a mio avviso, sarebbe un errore storico. Abu Mazen deve rendersi conto che gli israeliani hanno bisogno di almeno un decennio di vera pace coi palestinesi prima di accettare l’idea che lo stato palestinese si assesti sulle linee pre-’67 mettendo tutti i grandi centri abitati d’Israele e i suoi centri nevralgici alla portata di qualunque razzo Qassam o Katyusha lanciato dall’altra parte. Il piano di Mofaz potrebbe offrire le condizioni fisiche e politiche per questo decennio di pace: renderebbe la vita dei palestinesi incommensurabilmente migliore, pur salvaguardando la sicurezza d’Israele.
La creazione di uno stato palestinese con confini provvisori minerebbe decisamente le posizioni degli intransigenti di entrambe le parti. Da un lato, metterebbe in chiaro all’estrema destra ideologica israeliana che il suo sogno è finito. Dall’altro, un reale aumento sul terreno di libertà e dignità per i palestinesi rafforzerebbe Abu Mazen, mostrando ai palestinesi che esiste un orizzonte politico e che essi hanno solo da perdere nell'appoggiare la linea del rifiuto intransigente alla Hamas. Il che a sua volta costringerebbe Hamas, nell’arco di pochi anni, a cambiare programma politico e accettare l’esistenza di Israele.
Pertanto Abu Mazen dovrebbe impegnarsi col piano di Mofaz, se e quando gli verrà proposto. Certo, verrà accusato dai suoi avversari di svendere gli interessi del popolo palestinesi, e verrà definito traditore collaborazionista. Dovrà usare tutta la sua abilità politica e la sua leadership per convincere i suoi che questo è l’unico modo realistico per istituire uno stato palestinese sul terreno e che nel lungo periodo i palestinesi avranno solo da guadagnarci.

(Da: Ha’aretz, 9.5.12)

Nella foto in alto: Carlo Strenger, autore di questo articolo




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10 maggio 2012

Sono un profugo (ebreo). Discendo da una famiglia cacciata dall’Algeria – ma il mondo non sa, o non vuole saperne nulla

Di Danny Ayalon
In qualità di membro in carica di un governo democratico, può sembrare strano che io mi definisca “un profugo”. Eppure mio padre, i suoi genitori e tutta la sua famiglia fanno parte di quel milione circa di ebrei che vennero espulsi o costretti ad abbandonare le terre arabe. Mio padre e la sua famiglia erano algerini, membri di una comunità ebraica vecchia di migliaia di anni le cui origini risalivano a ben prima della conquista araba del nord Africa ed della stessa nascita dell’Islam. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, l’Algeria accordò la cittadinanza soltanto ai cittadini musulmani, cacciando via l’autoctona comunità ebraica e con essa quella parte della mia famiglia.
Sebbene siano moltissime le persone che fanno costantemente riferimento ai profughi arabo o palestinesi, ben pochi sono coloro che almeno sanno dell’esistenza dei profughi ebrei dalle terre arabe. Mentre gli arabi che fuggirono o lasciarono la Palestina Mandataria e Israele ammontano grossomodo a 750.000 persone, i profughi ebrei dalle terre arabe furono circa 900.000. Prima che nel 1948 venisse creato lo stato di Israele, v’era quasi un milione di ebrei nelle terre arabe, là dove oggi essi non arrivano a 5.000 in tutto.
Un’importante differenza fra i due gruppi sta nel fatto che molti arabi palestinesi furono attivamente coinvolti nel conflitto contro Israele lanciato dalle circostanti nazioni arabe, mentre viceversa gli ebrei delle terre arabe avevano vissuto pacificamente per secoli, se non millenni, nei rispettivi paesi di origine, sovente nella condizione sottomessa di “dhimmi”. Inoltre i profughi ebrei, dal momento che erano più urbanizzati e istruiti rispetto ai più rurali palestinesi, avevano accumulato maggiori proprietà e ricchezze, che furono costretti a lasciarsi alle spalle nei loro ex paesi. Esperti economisti hanno stimato che, in cifre odierne, l’ammontare totale dei beni perduti dai profughi ebrei nelle terre arabe, comprese le proprietà comunitarie come scuole, sinagoghe e ospedali, sia quasi il doppio di quello dei beni perduti dai profughi aplestiensi. Non basta. Bisogna anche ricordare che, negli anni ’50, Israele restituì più del 90% dei conti bancari bloccati, delle cassette di sicurezza e di altri averi appartenuti ai profughi palestinesi (mentre nulla del genere è accaduto per i profughi ebrei).
Anche se il numero dei profughi ebrei e dei loro beni è maggiore di quello dei palestinesi, la comunità internazionale sembra essere a conoscenza solo ed esclusivamente della condizione di questi ultimi.
Vi sono numerose importanti organizzazioni internazionali dedicate ai profughi palestinesi. Esiste una Conferenza che viene indetta ogni anno dalle Nazioni Unite, ed esiste un’agenzia-profughi che è stata appositamente istituita per i profughi palestinese: mentre per tutti gli altri profughi del mondo esiste un’unica agenzia, l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), i palestinesi sono sotto l’egida di una loro specifica agenzia esclusiva, la United Nations Relief and Works Agency (UNRWA). Il budget per il 2010 dell’UNRWA (per i profughi palestinesi) è pari a circa la metà del budget dell’UNHCR (per tutti gli altri profughi del mondo). Altrettanto impressionante è il fatto che l’UNHCR si vanta di aver trovato “soluzioni durevoli” per “decine di milioni” di profughi dal 1951, anno della sua istituzione; mentre l’UNRWA non si vanta d’aver trovato “soluzioni durevoli” nemmeno per un solo profugo palestinese.
Come non tutto ciò non fosse già abbastanza distorto, si dia un’occhiata alle definizioni e a come esse vengono applicate: normalmente la definizione di “profugo” si applica solamente alla persona che è fuggita e ha cercato rifugio; nel caso dei palestinesi, invece, viene definita “profugo” non solo colui che è fuggito, ma anche tutti i suoi discendenti per sempre all’infinito. Dunque, stando alla definizione con cui l’UNRWA conferisce lo status di profugo, io stesso sarei un profugo.
Ma io non mi considero affatto un profugo. Io sono un fiero cittadino dello stato d’Israele. I profughi ebrei, infatti, hanno trovato in Israele la loro piena espressione nazionale. Allo stesso modo, anche i profughi arabi dovrebbero dare espressione alle loro aspirazioni nazionali in uno stato palestinese (e non in Israele).
Con i negoziati diretti che stanno ricominciando fra Israele e palestinesi, i riflettori torneranno a puntare su questa questione. Il cosiddetto “diritto al ritorno” è una falso giuridico. La risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che sarebbe la fonte giuridica di tale “diritto”, non menziona affatto la parola “diritto”, non è legalmente vincolante e, come tutte le attinenti risoluzioni dell’Onu, usa il termine intenzionalmente ambiguo di “profughi” senz’altri appellativi.
La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tuttora considerata la principale cornice giuridica per risolvere il conflitto arabo-israeliano, afferma che una composizione di pace globale in Medio Oriente deve necessariamente comprendere “un’equa regolamentazione del problema dei profughi”. Non viene fatta nessuna distinzione fra profughi arabi e profughi ebrei. In effetti, uno dei principali estensori di quella risoluzione, il giudice Arthur Goldberg, all’epoca capo della rappresentanza Usa all’Onu, disse: “La risoluzione pone l’obiettivo di ‘arrivare un’equa regolamentazione del problema dei profughi’. Queste parole si riferiscono ragionevolmente sia ai profughi arabi che ai profughi ebrei”.
Di più. Tutte le conferenze e gli accordi di pace che hanno visto la partecipazione o la firma di Israele e vicini arabi hanno sempre usato il termine “profughi” senza qualificazioni restrittive. Durante le famose trattative di Camp David nel luglio 2000, l’allora presidente Usa Bill Clinton, intercessore e ospite dei negoziati, disse: “Vi dovrà essere una qualche sorta di fondo internazionale istituito per i profughi. Credo che esista un certo interesse, piuttosto interessante, da entrambe le parti, nel fatto che vi sia anche un fondo che indennizzi gli israeliani che furono resi profughi dalla guerra scoppiata subito dopo la nascita dello stato di Israele. Israele è pieno di persone, di ebrei, che vivevano in paesi prevalentemente arabi e che arrivarono in Israele perché erano stato resi profughi nelle loro terre d’origine”.
Nel 2008 il Congresso americano ha approvato la House Resolution 185 che per la prima volta garantisce eguale riconoscimento ai profughi ebrei prescrivendo che d’ora in poi il governo di Washington riconosca che tutte le vittime del conflitto arabo-israeliano devono essere trattate allo stesso modo. Sono fiero del fatto che la Knesset nel febbraio di quest’anno ha approvato una mozione che rende gli indennizzi agli ebrei profughi dai paesi arabi dopo il ‘48 parte integrante di qualunque futuro negoziato. Il disegno di legge israeliano prevede che “lo stato di Israele non firmi, direttamente o per delega, nessun accordo o trattato con un paese o un’autorità su una composizione politica in Medio Oriente senza garantire i diritti dei profughi ebrei dai paesi arabi conformemente al trattato Onu sui rifugiati”.
Prima del 1948 c’erano circa 900.000 ebrei nelle terre arabe, mentre oggi ne rimangono solo poche migliaia. Dove sono lo sdegno internazionale, i convegni, i proclami che invocano giustizia e risarcimenti? La questione dei profughi palestinesi è diventata un’arma politica per bastonare Israele, e la Lega Araba ha ordinato ai suoi stati membri di non accordare la cittadinanza alle loro popolazioni palestinesi. Intanto Israele ha accolto tutti i suoi profughi in fuga: sia dalla Shoà, sia dalle persecuzioni ed espulsioni nelle terre arabe.
Le persone come mio padre, le centinaia di migliaia di persone che arrivarono in Israele e i milioni di israeliani discendenti da quei profughi, hanno diritto al risarcimento. È fondamentale che questa questione torni all’ordine del giorno della comunità internazionale affinché non si debba ancora una volta assistere a un trattamento asimmetrico e distorto per arabi ed ebrei, nel conflitto arabo-israeliano.

(Da: Jerusalem Post, 1.9.10)

Nella foto in alto: il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon, autore di questo articolo

Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese” (in inglese):
“Under UNRWA's operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. [...] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 4.7 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.”
http://www.unrwa.org/etemplate.php?id=86 




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