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30 gennaio 2012
Hirsch Glick (1922 Vilnius , Lituania - Estonia 1944) è stato un ebreo poeta e partigiano
.  Glick nasce a Vilna nel 1922. Cominciò a scrivere yiddish poesie durante l'adolescenza ed è diventato co-fondatore di Yungvald (Forest giovane), un gruppo di giovani poeti ebrei. Dopo l'aggressione tedesca all'Unione Sovietica nel 1941, Hirsh Glick è stato imprigionato nel Weiße Wache campo di concentrame ...nto e in seguito trasferito al ghetto di Vilna . Glick si è coinvolti nella comunità artistica del ghetto e contemporaneamente partecipano alla metropolitana e ha partecipato alla rivolta del ghetto 1942. Nel 1943 scrisse la sua opera più famosa, la canzone Zog nit keynmol, az du geyst dem letstn verdura (??? ??? ???????, ?? ?? ????? ??? ????? ????), che divenne l'inno del movimento partigiano ebreo, e Shtil, di Nakht iz oysgeshternt . Egli fu ispirato a scrivere questo lavoro dalle notizie che arrivavano delle ghetto di Varsavia . Glick è riuscito a fuggire quando il ghetto era stato liquidato nel mese di ottobre 1943, ma è stato nuovamente catturato. Egli fu poi deportato in un campo di concentramento in Estonia . Durante la sua prigionia ha continuato a comporre canzoni e poesie. Nel luglio del 1944, con l' esercito sovietico si avvicina, Glick ,e presume sia stato catturato e trucidato dai tedeschi (come riferito nel mese di agosto 1944). [ 1 ]
Il testo Song of Jewish Partisans. Stil di Nakht.The Night is still.???? ???????? ????.Yiddish Song. http://www.youtube.com/watch?v=D_915bYVoLw&feature=share
| inviato da LiberaliPerIsraele il 30/1/2012 alle 12:0 | |
30 gennaio 2012
Storie che riguardano i nostri eccezionali amici a quattro zampe
Oman, cane proveniente dall'Olanda ed in forza ad una unità haredi di vigili del fuoco volontari, è stato abituato a prendere ordini in yiddish. Questo è importante per molti motivi: crea un legame più stretto con il conduttore; permette ad Oman di comprendere le richieste di aiuto in yiddish nel caso di disastri, di terremoti e di ricerca di persone scomparse nella comunità haredi; essendo una lingua sconosciuta ad elementi estranei ed "indesiderati", impedisce loro di interrompere la comunicazione che Oman ha con il suo allenatore o dargli ordini in contraddizione.
How do you say 'good dog' in Yiddish?
Dutch dog trained to receive orders from volunteers in Israeli firefighters' haredi unit. 'It'll help locate haredi disaster victims and missing people crying for help in Yiddish,' says program's coordinator Ari Galahar

One of them, named Oman, was trained to work with haredi volunteers.
"When the dog understands the most convenient language for his trainer, it creates a great amount of affection between them," explains Yekutiel Ben-Yaakov, the program's coordinator and dog trainers' recruiter.
He says there is another advantage in cases of disasters, earthquakes and searching for missing people in the haredi community, as the dog can understand calls for help in Yiddish and help locate the victim.
"In order to make the dog more accessible to the haredi sector, we trained him to act differently than fellow dogs. While most dogs bark when they locate the missing person, Oman doesn't bark or run wild so as not to pressure the trapped person, but just lies down on the floor."
This isn't the only advantage the Yiddish training has to offer. Unit officials explain that because the dog will be receiving orders in an unfamiliar language, undesired elements will not be able to disrupt the connection he has with his trainer or give him contradicting orders.
Dog trainers from Holland, who were brought to Israel to train Oman, guided the volunteers on the required rules of behavior.
Maale Adumim Fire Chief Momi Lubiner, the national rescue officer, says the unit is prepared for all types of rescue.
"The unit was required due to the field conditions in Judea and Samaria, characterized by mountainous and rocky areas," he explains. "As far as I'm concerned, they are ready to be sent out on a mission if an event takes place.
"The volunteers and their dogs have reached a high level of preparedness and we continue to train and prepare for any incident."
| inviato da LiberaliPerIsraele il 30/1/2012 alle 7:52 | |
29 gennaio 2012
Unità 731: l’orrore di guerra della auschwitz asiatica

L’Unità 731 (731 ?? ,Nana-san-ichi butai ) dell’esercito giapponese, guidata da Ishii Shiro, operò in Manciuria tra il 1936 e il 1945 ed aveva il compito di eseguire ricerche per la produzione di nuove e letali armi batteriologiche. Le ricerche prevedevano test su cavie umane e, a questo scopo, venivano usati cinesi, russi e, in generale, i prigionieri di guerra, ma non solo; ceppi di batteri venivano liberati sulla popolazione civile con lo scopo di far scoppiare epidemie (peste, tubercolosi, antrace, colera) per poi studiarne gli effetti e raccogliere dati utili per le ricerche.Nel 1925 a Ginevra ci fu la celebre firma che porta il nome della città svizzera, ma il Giappone non risultò tra i paesi firmatari.Agli inizi degli anni ’30 il Giappone avviò un programma per lo studio di nuove armi batteriologiche e il Generale Ishii divenne uno dei più entusiasti sostenitori della nuova arma che sarebbe dovuta essere la carta decisiva, per il Giappone, per vincere qualsiasi guerra moderna.

Per sperimentare e per le ricerche di nuove armi biologiche si decise di costituire un gruppo, l’Unità 731, che avrebbe avuto il quartier generale a Herbin, in Manciuria. La scelta del luogo fu dettata dall’abbondanza di cavie umane, i cinesi, su cui poter testare gli effetti delle nuove armi. Ricordiamo che all’epoca i giapponesi consideravano i cinesi degli essere inferiori.Quello che successe a Herbin, durante il periodo della guerra, è degno del peggior film di orrore. Sulle cavie umane, vive, venivano fatti esperimenti di ogni tipo: congelamento, vivisezione, bruciature. Su di loro, inoltre, venivano iniettate le malattie più mortali per studiarne gli effetti.Sulla popolazione civile circostante venivano gettati ceppi di colera, peste bubbonica, antrace, tubercolosi al fine di creare un’epidemia utile alle ricerche. Questi lanci di test sulla popolazione ad un certo punto cessarono in quanto le epidemie, difficilmente controllabili, rischiavano di contaminare i soldati giapponesi. Nel 1942 ben 1700 soldati nipponici perirono a seguito di una di queste epidemie.Le cifre su quanti morirono durante il periodo in cui l’unità fu attiva, sono discordanti; di sicuro nessuno sopravvisse agli esperimenti e, secondo lo storico americano Sheldon Harris, che sull’argomento ha pubblicato anche un libro “Factories of Death”, i morti furono addirittura circa 200.000.Negli ultimi giorni della guerra gli ufficiali dell’Unità 731 decisero di uccidere le cavie rimaste nel laboratorio per eliminare ogni possibile testimone. In quei giorni molti animali, portatori di un bacillo, manipolato in modo tale che potesse essere trasmesso all’uomo, vennero liberati e le epidemie che scoppiarono fra la popolazione provocarono altri morti fino al 1948.Se i gerarchi nazisti vennero condannati per il genocidio degli ebrei, la stessa sorte, incredibilmente, non toccò ai responsabili dell’Unità 731.

Quasi subito dopo la fine della guerra iniziò il confronto tra le due superpotenze uscite vincitrici dal conflitto: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica con i loro rispettivi alleati. Di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra di Corea e gli Stati Uniti si ritrovavano indietro nelle ricerche sulle armi batteriologiche.Era quindi necessario entrare in possesso dei dati delle ricerche effettuate dall’Unità 731. Quei dati avrebbero permesso agli americani di fare un decisivo passo in avanti anche in quel campo e di avere un’arma decisiva da usare, eventualmente, come ultima ratio in caso di scoppio delle ostilità contrò il blocco sovietico.Fu così che il generale Douglas MacArthur, in qualità di governatore del Giappone, offrì l’immunità a Ishii e ai suoi in cambio dei dati delle ricerche effettuata ad Herbin.I responsabili delle atrocità dell’Unità 731 non vennero mai processati, da un tribunale internazionale, per crimini contro l’umanità . Il maggiore responsabile, il dottor Mengele giapponese, Ishii Shiro, morì nel 1959 negli Stati Uniti, senza avere scontato un solo giorno di prigione per i suoi crimini.Molti ufficiali della famigerata Unità, dopo la fine della guerra, entrarono a lavorare nell’industria farmaceutica.Ma la storia non si concluse con la morte di Ishii Shiro; alla fine della guerra i Giapponesi abbandonarono lo stabilimento di Herbin con tutto l’arsenale fatto di colture di batteri.

La Manciuria passò alla Cina di Mao che quindi entrò in possesso di queste armi e non si seppe mai come vennero utilizzate. Oltretutto la Cina è sempre stata reticente di fronte alla richiesta di spiegazioni da parte della comunità internazionale.Secondo un rapporto della Conferenza di Ginevra sul disarmo del 1992, la Cina sarebbe entrata in possesso di 100 tonnellate di agenti batteriologici, abbandonati dai Giapponesi a fine della guerra. Di questi agenti non si seppe mai nulla e il timore è che siano entrati a far parte dell’arsenale dell’esercito popolare cinese.Alcuni scienziati sono arrivati addirittura ad ipotizzare, senza molte prove, a dire la verità , un possibile legame tra queste culture batteriologiche e l’epidemia di SARS che qualche anno fa imperversò nel sud est asiatico. I cinesi, secondo questi scienziati, potrebbero aver liberato, più o meno intenzionalmente, un virus, prodotto dai Giapponesi ad Herbin, dando così inizio all’epidemia. A sostegno di questa ipotesi c’è il fatto che i giapponesi dell’Unità 731 condussero effettivamente delle ricerche su un batterio che avrebbe dovuto colpire i polmoni.La storia della famigerata Unità 731 dell’esercito imperiale nipponico è una delle pagine più nere delle molte pagine nere della seconda guerra mondiale.Questo episodio forse non è molto conosciuto nel mondo occidentale; solo a partire dagli anni ’80 alcuni storici giapponesi e americani riuscirono, con le loro ricerche e le loro pubblicazioni, ad aprire un varco nel muro di omertà che circondava l’episodio. Alcuni ex militari dell’unità , ormai ultra-settantenni, cominciarono a rivelare gli orrori a cui avevano preso parte.Oggigiorno il Giappone è pienamente consapevole delle attività che venivano svolte ad Herbin. Nel 2002, a seguito di una richiesta di risarcimento da parte di un centinaio di cinesi, un tribunale di Tokyo ha pubblicamente ammesso il coinvolgimento di soldati giapponesi negli esperimenti che venivano fatti ad Herbin.[testo e fonti dell’amico Cristiano Suriani - Tutto Giappone]
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/1/2012 alle 23:17 | |
29 gennaio 2012
Unità 731 giapponese, i suoi esperimenti nei campi di concentramento che non hanno nulla da imparare per ferocia a quelli tedeschi, anzi, se possibile, furono ancora più spietati
Forse in Europa e Italia non si conoscono bene le atrocità commesse nel corso della guerra del Pacifico. Si conoscono i due bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, e si conosce il massacro di Nanchino la città della Manciuria che si arrese ai giapponesi nel 1937. Tuttavia, dopo il loro ingresso nella città, i giapponesi massacrarono 260.000 civili a colpi di baionetta (fonti Usa, comprendendo anche la provincia, parlano di 500.000 morti), violentarono 20.000 donne (altre fonti parlano di 80.000 stupri). Il massacro durò sei settimane.
Si sa molto meno della così detta Unità 731. Si trattò della somma tra lo scientismo darwinistico applicato dai totalitarismi e una follia allo stato puro. L'alibi era costituito dalla "ricerca scientifica" allo scopo di migliorare la "razza", come per i nazisti europei. In parallelo altri laboratori fecero lo stesso.
L'Unità 731 fu un laboratorio militare situato in Manciuria, nella Cina del nordest, dove morirono 10.000 internati. I "pazienti" venivano vivisezionati senza anestesia, dopo infezioni provocate artificialmente. Donne incinte venivano squartate, membra amputate e reimpiantate in altre parti del corpo. Furono condotti studi sul congelamento e la cancrena. Soprattutto si diffusero e utilizzarono batteri. I batteri della lebbra, del colera, della polio, botulino, sifilide, gonorrea, tifo, tbc. Si iniettava aria oppure urina di cavallo nelle arterie. Si studiavano gli effetti della morte per digiuno e sete. Si centrifugavano le persone a morte e si utilizzavano camere a gas.

L'esperimento più massivo riguardò lo studio su una epidemia di peste bubbonica. I medici della 731 infettarono delle pulci e le lanciarono con degli aerei al di sopra di due città cinesi, Ningbo e Chandgde, nel 1940 e nel '41. L'epidemia scoppiò e uccise migliaia di civili. Furono studiate delle vere e proprie bombe biologiche e chimiche, anticamera delle wmd attuali, ad esempio a base di antrace. Mentre i nazisti dovettero affrontare il processo di Norimberga, sull'Unità 731 cadde il silenzio, forse perché il generale McArthur ottenne informazioni sulla guerra batteriologica. Altre info.
La Pulce di Voltaire
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/1/2012 alle 18:52 |
29 gennaio 2012
Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah
Una lettera è un’anima, un’eco fedele della voce che parla (Honoré de Balzac).
Quello che affidiamo a poche righe o a migliaia di parole su una pagina è sicuramente quanto di più intimo, delicato, profondo abbiamo . Le lettere diventano le mappe nella personale geografia dei sentimenti di ciascuno e come una fotografia semantica, fermano un tempo nella sua assolutezza.
Sentimenti che rimangono lì, intoccabili, difesi dalla labilità dei ricordi, dalle rughe che segnano il viso, e che spesso rivivono nella loro bellezza o drammaticità quando quelle stesse frasi tornano a farsi sentire e a farsi leggere. Così come regalano emozioni forti quelle racchiuse nello straordinario volume Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah (Editori Laterza) a cura di Zwi Bacharach (l’edizione italiana è a cura di Fiorella Gabizon): testimonianze di quello che è avvenuto ma da una prospettiva particolare, quella privata, in cui le singole vicende, narrate dalla voce, accorata, appassionata dei protagonisti si intrecciano come spesso accade con i grandi avvenimenti della storia (in questo caso da cancellare perchè è quella legata allo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazista).
Sono pagine di amore verso la famiglia uno degli elementi che da sempre caratterizza l’ebraismo: lo strazio degli abbracci mancati, a volte dell’impossibilità di non aver avuto modo di salutare i propri cari o di averli visti andar via lontano, la consapevolezza della fine imminente o il non sapere nulla del destino terribile che si stava compiendo. Probabilmente nessuno degli autori di questi frammenti d’anima avrà avuto la consapevolezza che quello che veniva scritto alla madre, alla sorella, alla moglie, agli amici sarebbe diventato documento, denuncia, narrazione dell’orrore: quello che qui emerge è l’esperienza personale di ciascuno che permette di ritrovare però degli elementi comuni, primo fra tutti il tentativo di l’eliminazione graduale di ogni forma di umanità.
Scritte tra il ’38 e il ’42, le lettere, sono state spedite da chi abitava nelle grandi città europee prima dei rastrellamenti di massa, da chi invece era nei lager e da quelli che vivevano in clandestinità. Anche se (quando lo sterminio diventò sistematico), erano sottoposte a censura e spesso i messaggi erano cifrati, molte si sono salvate e sono custodite negli archivi dopo essere state donate dai familiari o dagli stessi deportati sopravvissuti: molte, tra quelle recuperate, vennero gettate dagli ebrei che si trovavano sui treni diretti ai campi. Quasi miracolosamente qualcuno le ha raccolte e le ha inviate all’indirizzo indicato: un gesto che, per chi non ha più rivisto i suoi cari, sarà stato impagabile.
In quasi tutte le lettere (la maggior parte vengono dalla Polonia) da un lato la spontaneità delle sensazioni, i pensieri di ‘cura’ per gli scampati all’orrore e dall’altro un unico grande coro nell’essere ricordati dalle generazioni future. La stessa lettera diventa un yizkor, quella che viene definita preghiera commemorativa in cui il morto è chiamato per nome e per colui che la recita, l’identificazione con chi non c’è più, diventa intima e significativa. Così come spesso viene chiesto ai parenti di organizzare un yahrzeit, un giorno per il ricordo (i riferimenti sono alla data di deportazione o a quello che precede l’esecuzione), che inevitabilmente ci ricollega alla giornata della memoria istituita il 27 gennaio.
Sono lettere toccanti, lunghissime, brevi riflessioni sul senso dell’esistenza (escluse quelle, pochissime, che invece sono degli ebrei che non potendo più sopportare le atrocità subite decidono di togliersi la vita), pensieri che riescono ad andare oltre il filo spinato attraverso le ali eterne della speranza e a guardare ad un futuro migliore.
A parlare, a raccontare, a scrivere, uomini e donne che non sono più tornati, a cui è stato sottratto tragicamente e preventivamente il nuovo di un tempo non ancora giunto. Quello che ci piace pensare è che quelle parole, che possiamo ora rileggere per non dimenticare, abbiano aiutato chi ha dovuto continuare a vivere con un vuoto così grande per sempre accanto, ad andare avanti, ad innamorarsi ancora, a guardare verso il cielo ogni mattina, a stupirsi di ogni bimbo che nasce. Nonostante tutto.

| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/1/2012 alle 14:45 | |
29 gennaio 2012
Storie che riguardano i nostri eccezionali amici a quattro zampe
Kai, un Labrador Retriever di sette anni, che ha svolto importanti missioni di sicurezza alla Knesset, proteggendo tutti con il suo saper fiutare esplosivi, va in pensione. Non è particolarmente vecchio, ma secondo le regole di addestramento, a questa età non è più in grado di svolgere ai massimi livelli questo delicato compito di grande responsabilità. Ha trovato un'ottima sistemazione in una casa a Rehovot dove godrà il suo meritato riposo:-) Knesset's oldest guard dog retires
After seven years of loyal service, Kai the Lab forced to leave Israeli parliament as he can no longer endure operational fitness required for such a complicated, responsible role
Tzvika Brot
 He served in the Israeli parliament for seven years, loyally obeying all orders, never cursing and never confronting anyone at the Knesset plenum. No, we are not talking about a lawmaker, but about the Knesset's oldest guard dog, who has recently retired.
Kai, 7, a Labrador Retriever, isn’t particularly old, but according to the Knesset kennel, dogs at this age can no longer endure the operational fitness required for this complicated and responsible role – forcing him to retire.
Kai arrived at the Knesset as a puppy, and has since grown and been trained to serve the parliament. Like the rest of the canines living in the Knesset Guard's kennel, he carried out a variety of security missions over the years, including sniffing out explosives.
"I'm definitely going to miss him," says the kennel commander, Warrant Officer Yair Bashari. "He is the happiest dog here. We'll have to get used to Kai not being here anymore."
Addressing his work with dogs, he says: "In case of a bomb-sniffing dog, there's no room for mishaps. You have a mishap – you have an explosion. I study the dog and he studies me, and we complement each other."
A festive departure ceremony was planned for Kai's retirement, during which he was to receive a merit certificate.
He will be replaced at the Knesset Guard by his two "children" – Momo and Lily, aged 16 months. It's safe to assume that no one will file a complaint with the state comptroller over nepotism.
And what about Kai? No need to worry. The Knesset has found him a home in Rehovot, and he is soon likely to find out, like many MKs forced to leave with a broken heart, that there is a life after the Knesset.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/1/2012 alle 7:56 | |
28 gennaio 2012
Egitto: collera e frustrazione
Analisi di Zvi Mazel
Testata: Informazione Corretta Data: 28 gennaio 2012 Pagina: 1 Autore: Zvi Mazel Titolo: «Egitto: collera e frustrazione»
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Egitto: collera e frustrazione Analisi di Zvi Mazel
(Traduzione di Angelo Pezzana)

il Parlamento egiziano a destra Zvi Mazel
Gli egiziani hanno ricordato il primo anniversario della rivoluzione non con esultanza ma con una serie di manifestazioni burrascose. Lo scorso anno tutti gridavano ‘abbasso Mubarak, abbasso il regime’, reclamando libertà e democrazia, pieni di speranza, con la voglia di veder nascere un nuovo paese votato alla modernità e a un cambiamento economico. Son dovuti venire a più miti pretese. Mubarak è caduto ma il suo regime continua. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate che dirige il paese è composto da uomini del passato regime, e ne mantengono le regole, senza alcuna intenzione di trasmettere il potere alle istituzioni civili recentemente elette. Con una circostanza aggravante, la situazione economica è sempre più grave.
Al Cairo, Alessandria, Suez e in altre città piccole e grandi la gente delusa è scesa in strada lo scorso mercoledì 25 gennaio per chiedere che la rivoluzione vada avanti fino a raggiungere il suo scopo. Ha chiesto che i membri del passato regime vengano cacciati da tutte le amministrazioni pubbliche e che i responsabili della morte dei manifestanti siano puniti, che vengano messe in cantiere le riforme sociali ed economiche e, soprattutto, che il Consiglio Supremo si dimetta. Erano ben lontani dalla gioia e dall’unità dei primi giorni, quando nelle strade gli slogan inneggiavano all’unità fra esercito e popolazione. Oggi, al contrario, si chiede ai militari di andarsene. Un anno fa, giovani e islamisti pregavano insieme a piazza Tahrir, discutendo di cooperazione per un migliore avvenire, oggi quei giovani, insieme ai “blogger del 6 aprile”, che avevano acceso la fiamma della rivoluzione, sono impotenti di fronte all’irrompere di un’onda islamista inaspettata che minaccia di riportare il paese ai tempi di Maometto.
Un anno fa musulmani e copti sfilavano sotto gli stessi striscioni e croce e mezzaluna erano l’una accanto all’altra, oggi, dopo che decine di copti sono stati massacrati dai musulmani, le loro chiese saccheggiate e date alle fiamme senza che l’esercito sia intervenuto, i copti sfilano da soli per chiedere l’eguaglianza dei diritti. Il segno visibile della divisione, in questa piazza diventata emblematica, è la presenza di almeno sette comizi, ciascuno separato dall’altro. I giovani del 6 aprile e i militanti dei Fratelli Musulmani sono venuti alle mani, come hanno fatto altri giovani con i sostenitori della giunta militare. Famigliari e amici degli 850 martiri della rivoluzione erano là per chiedere la testa di Mubarak e dei suoi figli; non lontano da loro famigliari e amici delle vittime della repressione selvaggia dei manifestanti da parte dell’esercito e della polizia dopo la caduta del rais, reclamavano l’allontanamento immediato della giunta e la testa del Maresciallo Tantawi.
L’Egitto è preda di una immensa confusione. Alla fine di un lungo processo elettorale, il Parlamento è formato per circa il 72% da estremisti islamici: 47% sono Fratelli Musulmani, 25% salatiti. Ormai la componente islamista detiene il monopolio del potere. Era questo che volevano gli egiziani ? Sostituire una dittatura laica corrotta con una dittatura religiosa che rischia di essere ancora peggiore ? Certo, va detto che la grande maggioranza degli egiziani non era stata preparata alla democrazia e ai suoi valori. E’ evidente che abbiano abbracciato l’islam, gli era famigliare ed era la base della loro cultura. Da anni i Fratelli Musulmani ripetevano che l’islam era la soluzione.
Quando scoppiò la rivoluzione, sulla scena politica non c’era alcun partito liberale in grado di mettersi alla testa di un movimento orientato alla democrazia e allo sviluppo. I nuovi partiti nati dai movimenti giovanili rivoluzionari, non hanno avuto il tempo per farsi conoscere e sono stati sconfitti e umiliati alle elezioni e non avranno alcuna influenza nel Parlamento. Ci vorrà moltissimo tempo prima che si formino dei partiti democratici capaci di attrarre gli elettori.
I Fratelli Musulmani e i Salafiti si preoccupano adesso di rassicurare l’opinione pubblica nazionale e internazionale. Dichiarano di essere pragmatici e che non imporranno il loro islam. Bei discorsi, ai quali nessuno crede. Il programma politico dei Fratelli è impostato a una ideologia islamista estrema molto chiara. Erano 80 anni che aspettavano questa vittoria. Hanno resistito all’oppressione e alla repressione, riuscendo a creare una vasta rete di mutuo soccorso verso i più bisognosi. Ora che hanno vinto e hanno conquistato il Parlamento in libere elezioni, perché dovrebbero rinunciare alla ideologia che è la loro stessa ragion d’essere ?
Dovranno senza dubbio muoversi con prudenza, cominciare dalla situazione economica, ma la loro Guida Suprema, Mohammed Badi’e, l’ha detto chiaramente la settimana scorsa in un messaggio indirizzato ai membri del movimento: si stanno per realizzare gli obiettivi del loro fondatore Hassan el Banna, un “governo giusto e vero, capace di realizzare il Califfato nel mondo intero”. In altri termini, forti del loro successo, i Fratelli non rinunceranno ai loro obiettivi.
Ma la partita è tutt’altro che chiusa. I Fratelli intendono chiedere alla giunta militare di non legiferare più con i decreti, come è stato fatto da dopo la caduta di Mubarak, ma di trasmettere i loro poteri al Parlamento. Dal suo canto, l’esercito ha dichiarato in modo forte e chiaro prima delle elezioni, che non abbandonerà le proprie funzioni prima della promulgazione di una nuova costituzione e relativa elezione di un nuovo presidente. Il tempo necessario per orientare la redazione della nuova costituzione e influenzare la scelta del presidente. Sarà un consiglio, formato da 100 membri della Camera Bassa, già eletta, e della Camera Alta, da eleggere in febbraio, che dovrà redigere la costituzione, da sottomettere poi a un referendum. La scelta dei membri di questo consiglio non sarà facile, i Fratelli faranno di tutto per ottenere una costituzione risolutamente islamista, limitando le prerogative del presidente a vantaggio del Parlamento dove sono la maggioranza; si passerà quindi da un sistema presidenziale a uno parlamentare, così avranno nelle loro mani il potere sull’intero Egitto.
Quello che gli egiziani si chiedono è come si comporterà la giunta. Cercherà di mantenere il potere a qualunque costo ? Cercherà di assicurarsi un’immunità totale, non solo per quanto concerne le responsabilità dei suoi membri giudicati complici della corruzione del regime Mubarak e quindi tali da poter essere portati in tribunale, ma anche per le accuse riferite alla brutale repressione che ha causato una sessantina di morti e migliaia di feriti. In un paese dove le dicerie fanno parte della vita politica, corre voce che i Fratelli Musulmani avrebbero dato ampie assicurazioni ai militari in cambio del passaggio dei poteri. In ogni caso, la giunta avrebbe comunque dei problemi a mantenere lo status quo: le manifestazioni diventerebbero così vaste da presagire una guerra civile.
Ma le agitazioni politiche non possono nascondere l’enormità della crisi economica. Nel 2011 la crescita è stata uguale a zero. L’emorragia dei capitali fuggiti all’estero è catastrofica. Uomini d’affari e industriali di primo piano o sono già fuggiti o sono in prigione. La produzione e l’esportazione sono colpite da continui scioperi. Il turismo, la risorsa più importante, è in caduta libera. Il condotto che trasporta il gas egiziano verso Israele e la Giordania è stato sabotato almeno una ventina di volte, causando all’Egitto danni per centinaia di milioni di dollari. Le trattative in corso con i paesi arabi produttori di petrolio, gli Usa e il Fondo Monetario Internazionale per ottenere dei prestiti, sono a un punto morto, perché l’Egitto si rifiuta di dar corso a riforme, indispensabili per ottenere i prestiti. Senza questi aiuti il paese ben presto non potrà più importare quei prodotti essenziali di prima necessità da distribuire ai più bisognosi, circa il 40% della popolazione. Se dovesse succedere, assisteremo alla rivoluzione degli affamati.
Rimane il problema della relazione con Israele. Finora i Fratelli Musulmani si sono contraddistinti con dichiarazioni contrastanti. Se ne deduce che, almeno nei primi tempi, il trattato di pace non verrà toccato, al fine di continuare a ricevere gli aiuti americani e non urtare l’opinione pubblica internazionale. Tuttavia è prevedibile una attività in sordina che miri a ridurre al minimo il dialogo e gli scambi economici fra i due paesi, per arrivare alla fine a svuotare di ogni contenuto l’accordo. Nel frattempo l’Egitto darà ogni appoggio a Hamas, fornendogli armi e strutture militari. Una prospettiva pericolosa per Israele. Si può ancora sperare che il pragmatismo e la necessità di mobilitare tutti gli sforzi per rimettere in piedi l’economia possano mettere un freno a questo scenario minaccioso, è possibile, ma intanto è meglio prepararsi al peggio. http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90 |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/1/2012 alle 17:30 | |
28 gennaio 2012
Quel 27 gennaio era Shabbath, Saranno i mesi a venire a dimostrare quanto l’Europa abbia capito la lezione di Storia
Francesco Lotoro nel Giorno della Memoria:
«Quel 27 gennaio era Shabbath»
Saranno i mesi a venire a dimostrare quanto l’Europa abbia capito la lezione di Storia
«Gli ebrei sono talmente innamorati della vita»
Il 27 gennaio 2000 venne istituito dal Parlamento italiano il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime della Shoah e del nazifascismo, in coincidenza con la liberazione di Auschwitz. Il 27 gennaio 1945 le truppe dell'U.R.S.S. entravano nel Campo di Oswiecim–Breszinka (Auschwitz Birkenau); quel 27 gennaio era Shabbath, il sabato ebraico. Esattamente quel giorno, mentre l'esercito sovietico liberava gli ebrei dal famigerato Lager, nelle sinagoghe di tutto il mondo (e in quelle ancora rimaste in piedi in Europa) venivano lette le pagine della Torà che ricordavano la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto. Il 27 gennaio non è il "nostro" Giorno memoriale; esso è il giorno nel quale le Istituzioni governative, accademiche, scolastiche, ecc. commemorano e riflettono, le comunità ebraiche sono naturalmente ben disposte a collaborare e interagire con esse. Il Giorno della Memoria del popolo ebraico (in Israele come nella Diaspora) cade il 27 Nissàn (marzo–aprile) allorchè viene celebrato lo Yom haShoah u'mered haGetaot (in breve Yom haShoah), il Giorno della Catastrofe.
Il 27 Nissàn del 1943 (allora corrispondente al 19 aprile) le Waffen–SS (unità d'elìte delle SS tedesche) piegarono la resistenza ebraica nel Ghetto di Varsavia dopo 3 mesi durante i quali gli ebrei riuscirono a tener loro testa con un coraggio che impressionò gli stessi soldati del Reich. La voce della Resistenza ebraica a Varsavia fece il giro d'Europa, numerosi Ghetti sino ad allora rassegnati alle deportazioni ritrovarono coraggio e combatterono. La caduta del Ghetto di Varsavia segnò non soltanto la fine di ogni speranza di salvezza per gli ebrei della capitale polacca ma altresì l'inizio delle più spaventose e sistematiche deportazioni. Pochi giorni dopo, Berlino fu dichiarata Judenfrei (libera da ebrei), il famigerato dottor Mengele arrivò ad Auschwitz dando inizio a orribili esperimenti su cavie umane; il comandante delle SS Himmler, allo scopo di sedare sul nascere ogni ulteriore tentativo di rivolta nei Ghetti della Polonia occupata, li liquidò tutti entro l'11 giugno. Lo Yom haShoah si impose subito in Israele come Giorno della Memoria; dopo il 1945, la Shoah consumatasi in Europa giungeva nella Palestina Mandataria attraverso le ferite del corpo e dell'anima dei sopravvissuti giunti in clandestinità. L'esercito britannico, che durante la Guerra non seppe prevedere la portata mortale della politica antisemita del Reich, rifiutava l'attracco a tutte le navi di Ebrei che osassero avvicinarsi ad Haifa. La Shoah finì, la tragedia no; perchè in Israele i guai per gli ebrei erano soltanto all'inizio.
Durante la Guerra alcuni Paesi del bacino mediorientale appoggiarono e plaudirono apertamente Hitler (il Gran Muftì di Gerusalemme Hussein inviò sue truppe a combattere con gli Einsatzgruppen) e a nulla valse l'obiezione che a Dachau il Reich avesse deportato diversi Imam e nel carcere di San Vittore (Milano) i fascisti avessero imprigionato i Sufi. Il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) i Paesi confinanti attaccarono lo Stato ebraico, il segretario della Lega Araba Azzam Pasha disse che i loro Paesi avrebbero scatenato contro gli ebrei "una guerra di sterminio che sarà ricordata alla pari dei massacri dei mongoli e delle crociate". L'orologiaio impazzito della Storia rimise le lancette indietro; non fu così, Israele vinse la guerra del 1948 ma a caro prezzo perché, su seicentomila combattenti ebrei, seimila rimasero sul campo di battaglia; di questi ultimi, la metà era sopravvissuta ai Lager per trovare la morte a casa propria. Gli ebrei erano diciotto milioni prima della Guerra, nel 1945 quasi sette milioni di essi (compresi 1 milione e mezzo di bambini) non c'erano più. In Puglia gli ebrei sono tornati 6 anni fa, la Diaspora degli ebrei pugliesi non è finita sulle spiagge di Tel Aviv ma a Trani, crogiuolo di ben 6 Diaspore (di Palestina, della Spagna araba e aragonese, tedeschi scampati alla prima crociata, baresi e francesi cacciati da Guglielmo il Malo e Filippo Augusto) e città che, con i suoi grandi Maestri ha insegnato a pregare agli Ebrei di mezza Europa.
Da sempre il popolo ebraico ha cercato pacificamente di vivere la propria diversità culturale e religiosa, gli ebrei sono talmente innamorati della vita che chiamano persino i loro cimiteri beth ha-chaim (case della vita); e, soprattutto, oggi possono liberamente pregare anche in Puglia nella più antica Sinagoga d'Europa (la Scolanova) senza timore di essere disturbati, infastiditi, additati. Non sappiamo tuttavia quanto ciò durerà; migliaia di ebrei francesi, britannici, svedesi, norvegesi, olandesi stanno andando via per emigrare in Israele. Sino a 20 anni fa erano gli ebrei "poveri" a emigrare verso lo Stato ebraico; etiopi, azeri, yemeniti, kazachi, turkmeni che fuggivano da reali situazioni di disagio sociale o da un Islam inspiegabilmente resosi intollerante nei loro riguardi, caricati su aerei che sembravano bare volanti o su voli predisposti in semiclandestinità dall'aviazione israeliana. Oggi, ebrei in giacca e cravatta fuggono dall'Europa su voli di linea; perché, come ha amaramente scritto pochi anni fa il nostro rabbino Shalom Bahbout, "la Shoah non ha assolutamente insegnato nulla al genere umano" e sinora non si è visto né sentito nulla che possa smentire il nostro rabbino.
C'è un futuro per noi ebrei del Vecchio Continente?
Saranno i giorni, i mesi a venire a dimostrare quanto l'Europa abbia capito la lezione di Storia scritta sulle pagine della Shoah. Perchè l'ebreo non deve più essere costretto a fuggire o trasferirsi in Israele o (come in un Paese dell'Unione Europea che non nominerò), pregare a bassa voce a casa propria con la Sinagoga distante a quattro passi; o, peggio ancora, ad assimilarsi. Nel 1980 Rav Tolentino, l'ottantenne rabbino di Dubrovnik (la città croata gemellata con Trani) desiderò tanto pregare a Trani; spirò senza realizzare il suo desiderio ma oggi gli ebrei sono tornati nella città del Mabit (il grande Dottore della Legge tranese), la Stella di David non è più cucita sul petto di una casacca da deportato ma svetta sull'ex campanile della sinagoga Scolanova che divenne chiesa e poi nuovamente sinagoga. È questa la nostra risposta alla Shoah, è la nostra vittoria su chi ha voluto la nostra distruzione fisica e intellettuale. Aiutateci a stare insieme a voi; dopo la Shoah, solo così potremo proteggerci da ogni catastrofe, ebrei e non.
Francesco Lotoro Pianista, responsabile cultura
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/1/2012 alle 14:0 | |
28 gennaio 2012
QUESTI ERAVAMO NOI, 74 ANNI FA
Il Manifesto degli scienziati razzisti venne pubblicato nel Giornale d'Italia il 14 luglio 1938
Manifesto degli scienziati razzisti
1) Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2) Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3) Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4) La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5) È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
6) Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7) È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8) È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
http://avocado.ilcannocchiale.it/2012/01/28/questi_eravamo_noi_74_anni_fa.html
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/1/2012 alle 10:58 | |
27 gennaio 2012
Never forget!

| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/1/2012 alle 22:58 | |
27 gennaio 2012
Oggi, se dici la verità su Israele, se lo ami, hai il naso adunco e la stella di David cucita sul petto
commento di Fiamma Nirenstein
Testata: Il Giornale Data: 27 gennaio 2012 Pagina: 27 Autore: Fiamma Nirenstein Titolo: «Ecco come è fatto l’antisemita di oggi»
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Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 27/01/2012, a pag. 27, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "Ecco come è fatto l’antisemita di oggi".
   Fiamma Nirenstein, due vignette di Vauro
Qualsiasi cosa si scriva e si dica oggi nel Giorno della Memoria, non servirà a porre fine l’antisemitismo. E’ difficile ormai credere nel potere della memoria. Questo giorno varrà come un blando tranquillante; potrà funzionare per blandire per alcuni minuti la coscienza europea che mal sopporta il crimine della Shoah. Avrà un uso nell’unificare momentaneamente politici e intellettuali di varie appartenenze che avranno la sensazione di lavorare per opporsi all’antisemitismo ineluttabile motore di ogni persecuzione. Eppure anche coloro che si riuniranno per ricordare i propri morti nella shoah, e con loro chi li sostiene, sanno ormai che, come dice lo scrittore yidish L. Shapiro, l’antisemitismo è eterno come è eterno Dio. Robert Wistrich, il maggiore studioso di antisemitismo afferma che “probabilmente sta peggiorando”: lo dimostrano i dati del mondo intero, su Internet esso è moneta corrente non sanzionata, scorrevole, spumeggiante. Nel mondo arabo è obbligatorio. Elie Wiesel al parlamento italiano mormorò che dopo aver pensato che gli ebrei ne fossero usciti con la seconda guerra mondiale, gli toccava ora di vedere il ritorno persino di un antisemitismo genocida. Risparmio al lettore l’elenco di dati europei molto noti, fra cui quelli della commissione parlamentare sull’antisemitismo che ci dice che circa il 44 per cento degli italiani non ha simpatia per gli ebrei.I numeri sono facilmente reperibili.
Lasciatemi dire, in questo giorno, che è pesante essere oggetto di antisemitismo, chi non ne ha esperienza non lo sa, ti costringe a misurare sul tuo naso, sul tuo corpo, e purtroppo le mie amiche femministe non hanno detto parola, la permanenza e l’ineluttabilità della storia. Una caricatura antisemita che mi rappresenta è stata accusata di essere tale dal bravo giornalista Giuseppe Caldarola, e per questo egli, oggi, così ha stabilito la giudice, dovrà versare a Vauro, il caricaturista, 25mila euro. Per aver detto la verità, basta guardare l’orribile disegnino pubblicato durante la campagna elettorale dal Manifesto, gli viene proibito di dire la sua opinione. Vauro, disegnatore di sinistra, non può quindi essere antisemita, e va addirittura ricompensato. IL fatto che qualcuno abbia giustificato (su Libero) la caricatura e quindi la sentenza contro Caldarola perché io difendo Israele, è un peccato: quando il Parlamento intero ha votato contro la conferenza antisemita di Durban, contro il rapporto Goldstone, il suo onore è stato innalzato. L’antisemita, avrei questa ambizione intellettuale, poiché sopravviverà a lungo, deve avere almeno la forza di riconoscersi tale, deve pagare il fio culturale del suo odio per gli ebrei nella loro espressione più evidente, lo Stato degli Ebrei, Israele. Percepirà finalmente con senso di liberazione l’antipatia di natura ideologica insieme a l’invito tipico all’ebreo a convertirsi, disprezza anche tu Israele, sarai perdonato.
Ci siamo illusi: il sionismo nasce come uno dei tanti movimenti nazionali dell’800 con la speranza della normalizzazione, della fine dell’antisemitismo. Una volta nella loro terra, gli antisemiti non avrebbero avuto più ragione di perseguitare gli ebrei. E’ accaduto il contrario: la Lega Araba, nata con questo scopo, e le Nazioni Unite hanno fatto qualsiasi cosa per nullificare la normalizzazione, rendendo la nazione ebraica una continua anomalia. Qui nasce l’antisemitismo politico ideologico. Esso segue nei secoli a quello religioso e poi a quello scientifico dell’illuminismo, e poi a quello razziale dei nazisti. Ma il minuto dopo la “partizione” dell’ONU i Paesi arabi attaccavano Israele, e l’ ONU nemmeno sospirò per la violazione alla sua stessa risoluzione: gli ebrei erano di nuovo nella posizione di accusati. Il doppio standard è la cartina al tornasole dell’antisemitismo. Vauro mi ha ritratto in forma di orrido mostro giudaico, naso adunco,stella di David,fascio. La causa:la candidatura nelle file del PDL. Non mi risulta che niente del genere sia accaduto a nessun altro candidato. A me, perché sono ebrea. Nel 1982 al tempo di Sabra e Chatila, quando 800 palestinesi furono sciaguratamente uccisi dai cristiani maroniti nella zona si trovava l’IDF che non li difese. Israele fu accusata dell’eccidio con toni definitivi. Nello stesso anno Hafez Assad di Siria non subì nessuna critica per avere ucciso a Hama decine di migliaia di suoi compatrioti. Il doppio standard e la demonizzazione sono due metri indispensabili per capire l’antisemitismo, e Giuseppe Caldarola, avendolo denunciato è stato condannato a pagare a Vauro, autore della caricatura un indennizzo di 25mila euro. Leggere fra i commenti al suo blog permetterà al lettore di informarsi dettagliatamente sulla forma del mio naso (è veramente adunco, che male c’è a dirlo? e la Stella di David cucita sul vestito alla maniera nazista, è quella di Israele, non quella ebraica. E poi gli ebrei, non pagano le tasse, e poi io in lista con la Mussolini, non mi merito di essere chiamata fascista?).
Il cristianesimo che si ritenne Verus Israel consentiva la conversione, l’illuminismo promette tutto al cittadino e niente al popolo ebraico, i fascisti, i nazisti ti uccidevano in ogni caso, il comunismo ti perseguitava per il tuo cosmopolitismo. E anche chi ti nascondeva. Oggi, se dici la verità su Israele, se lo ami, hai il naso adunco e la stella di David cucita sul petto. www.fiammanirenstein.com
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/1/2012 alle 20:50 | |
27 gennaio 2012
Chi è Samir Kuntar: una storia che in pochi conoscono
Focus on Israel
Kuntar?
In un’intervista alla tv Al-Jazeera martedì 12 settembre, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha ribadito che i due soldati israeliani Eldad Regev e Ehud Goldwasser, sequestrati il 12 luglio 2006 su suolo israeliano e trattenuti in ostaggio in Libano, non verranno liberati se Israele non accetterà di scarcerare perlomeno Samir Kuntar, il libanese da più tempo detenuto nelle carceri israeliane, presentato da Hezbollah e da molta propaganda araba come un “prigioniero di guerra” e un “eroe della lotta di liberazione palestinese”. Ma chi è Samir Kuntar?
Cittadino libanese nato nel 1962 ad Aabey, in Libano, da famiglia drusa, Kuntar entrò a far parte del Fronte di Liberazione Palestinese (FLP), fazione terroristica filo-irachena guidata da Muhammad Zaidan (Abu Abbas).
Il 22 aprile 1979 Kuntar guidò un gruppo di quattro terroristi che, partiti da Tiro a bordo di un gommone, sbarcarono verso mezzanotte sulla spiaggia di Nahariya, città israeliana una decina di km a sud del confine israelo-libanese, con lo scopo di compiervi un attentato. I quattro si imbatterono in un agente di polizia israeliano, Eliyahu Shahar, che uccisero all’istante. Dopodiché entrarono in un edificio al numero 61 di via Jabotinski e fecero irruzione nell’appartamento della famiglia Haran prima che potessero sopraggiungere rinforzi di polizia. I terroristi presero in ostaggio Danny Haran, 28 anni, insieme alla figlia Einat di quattro anni. La madre, Smadar Haran, fece in tempo a nascondersi in un soppalco sopra la stanza da letto insieme alla figlia Yael, di due anni, e a una vicina. “Non dimenticherò mai – ha successivamente raccontato Smadar –l’allegria e l’odio nelle voci degli uomini di Kuntar mentre si aggiravano per la casa dandoci la caccia, sparando coi mitra e gettando granate Sapevo che se avessero sentito Yael piangere avrebbero gettato una granata nel nostro nascondiglio uccidendoci tutte. Così tenni la mano sulla sua bocca per non farla gridare. Acquattata là dentro, mi tornavano alla mente i racconti di mia madre su quando si nascondeva dai nazisti durante la Shoà”.
Tragicamente in quei frangenti Smadar provocò la morte per soffocamento della figlia Yael, accorgendosene solo troppo tardi.
Nel frattempo Kuntar e i suoi uomini tentavano una sortita e uscivano dall’edificio trascinando Danny e la piccola Einat sulla spiaggia, dove ingaggiavano una sparatoria con agenti e soldati israeliani. Fu in quel momento che Samir Kuntar sparò a bruciapelo alla schiena di Danny Haran davanti agli occhi della figlioletta, immergendolo poi in mare per assicurarsi che fosse morto. Subito dopo venne visto uccidere la piccola sfondandole il cranio con il calcio del fucile contro le rocce della spiaggia.
Intanto nella sparatoria rimanevano uccisi un secondo agente israeliano e due uomini di Kuntar (Abdel Majeed Asslan e Mhanna Salim Al-Muayed).
Alla fine, il quarto terrorista, Ahmed Al Abrass, e lo stesso Kuntar vennero catturati vivi, processati e condannati all’ergastolo.
Ahmed Al Abrass venne successivamente scarcerato, nel maggio 1985, nel quadro di uno scambio di 1.150 detenuti nelle carceri israeliane contro tre soldati israeliani sequestrati dal gruppo terrorista di Ahmed Jibril. Kuntar non venne incluso in quello scambio. Poco dopo, nell’ottobre 1985, un commando dell’FLP prese in ostaggio la nave da crociera italiana Achille Lauro, pretendendo la scarcerazione di Kuntar. Durante il sequestro, i terroristi palestinesi uccisero il passeggero ebreo americano Leon Klinghoffer, costretto su una sedia a rotelle, e ne gettarono il corpo in mare.
Samir Kuntar ha sempre rivendicato con orgoglio la “missione” compiuta nel 1979 a Nahariya. Nel marzo 2006 l’Autorità Palestinese ha annunciato che gli avrebbe conferito la cittadinanza onoraria palestinese.
Abu Abbas, il mandante di Kuntar e del sequestro dell’Achille Lauro, lasciato fuggire da Roma nell’ottobre 1985 dall’allora governo Craxi, trovò rifugio a Baghdad dove venne catturato da soldati americani nell’aprile 2003 mentre cercava di fuggire in Siria. Deceduto in carcere nel marzo 2004, è sepolto a Damasco.
(www.israele.net, 14.09.06)
Nella foto in alto: Samir Kuntar (a sinistra) fotografato di recente in un carcere israeliano insieme al capo delle milizie Tanzim di Fatah Marwan Barghouthi, anch’egli condannato all’ergastolo per omicidi terroristici
| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/1/2012 alle 17:4 | |
27 gennaio 2012
Argentina: un vergognoso fumetto antisemita provoca, giustamente, scandalo
Fumetto antisemita argentino: ballando in un campo di concentramento
Sarà stato un modo per ricordare il 70esimo anniversario della conferenza di Wannsee, quella in cui i nazisti decisero ogni dettaglio della soluzione finale della questione ebraica.
Oppure sarà un modo originale per celebrare la Giornata della Memoria che, come ogni anno, cade il 27 gennaio.
Oppure sarà un rigurgito di vecchio e insano antisemitismo sempre pronto a guizzar fuori alla bisogna.
Fatto sta che il 19 gennaio scorso il giornale argentino Página/12 nella sezione, si badi bene, “Cultura giovanile”, ha pubblicato una striscia a fumetti di Gustavo Sala dal giocoso ed evocativo titolo “FieSSta”.
Il protagonista si chiama David Gueto ed è la caricatura del DJ francese David Guetta. Anche lui DJ, fa musica in un campo di concentramento. Inizialmente, i prigionieri si rifiutano di ballare perché sentono che non c’è niente da festeggiare e gli dicono: “Ma lo sai che finiranno per ammazzarci nelle camere a gas e faranno del sapone con noi?”
Allora spunta Hitler e convince tutti a ballare perché “la vita è breve”. Poi, ringrazia il DJ osservando: “Se sono rilassati il sapone viene meglio”.
Poi solito copione: alle proteste sono seguite le scuse. Fino alla prossima oscena occasione. Magari in un altro pizzo del mondo.
Il Blog delle Ragazze
Per ulteriori dettagli cliccare qui e qui
In alto: due vignette del fumetto antisemita pubblicato dalla rivista argentina Página/12
Scritto da Emanuel Baroz
| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/1/2012 alle 13:0 | |
27 gennaio 2012
Weisz e i due scudetti di Auschwitz quando il Bologna insegnava calcio
Nel giorno della Memoria una lapide al Dall´Ara ricorderà il tecnico ungherese di origine ebrea

Da oggi, per sempre, Arpad Weisz, l´allenatore del Bologna che tremare il mondo fa, sarà al Dall´Ara, lo stadio dei bolognesi e anche il suo, dove vinse due scudetti, scoprì Andreolo e Biavati, portò il Bologna ai vertici del calcio europeo, quando nel 1937 a Parigi, i suoi ragazzi in rossoblù stesero i Blues del Chelsea per 4-1 alla fine di un torneo che aveva il prestigio e la caratura di una Champions League d´oggi. Ci tornerà nel ricordo dei tifosi, grazie ad una targa che verrà scoperta alle 12,30 nel giorno della Memoria per le vittime dell´Olocausto. Come toccò tragicamente in sorte a lui e alla sua famiglia, la moglie Elena e i figli Roberto e Clara, scomparsi ad Auschwitz, 65 anni fa. Il cappello, lo sguardo serio ma sereno e un pallone in mano: Weisz appare così in una delle rare foto dei quattro anni da bolognese che visse in via Valeriani 49, a mille passi dallo stadio. Veniva da Milano dove aveva fatto grande l´Ambrosiana Inter, facendo esordire Peppin Meazza e vincendo uno scudetto nel '29. Weisz aveva 34 anni, nessuno dopo, così giovane, ha mai vinto lo scudetto come allenatore. Poi qui fu solo pura gloria: ad Andreolo, dà lo scettro da regista, a Biavati, cambia ruolo e lo mette sulla fascia così che il "passo doppio" del ragazzo della Fondazza, diventa l´incubo di tutti i terzini. Quando all´Inter non si fidano più del portiere Ceresoli perché sospettano un mal di schiena, Weisz va da Dall´Ara e gli dice: «Presidente prendiamolo noi», facendolo diventare l´erede di Gianni. Quel Bologna è anche calcio moderno: nel campionato 1936-37, dei trenta punti a disposizione nei match fuori casa ne conquista 20. Un record ancora oggi imbattuto, figlio di sei vittorie, a San Siro, a Marassi a Roma. Weisz gioca con 5 giocatori dietro, prende pochissimi gol e si specializza negli 1-0. Con lui diventano giocatori da leggenda Fiorini e Sansone, Fedullo e Reguzzoni, Montesanto e Busoni. Nemmeno il ritiro dal gioco di Schiavio mina il Bologna di Weisz, che dopo aver battuto la Lazio di Piola nel campionato che si conclude nel '37, va a Parigi. È un trionfo amplificato anche dalla stampa estera. La vittoria è celebrata dal regime fascista, che solo un anno dopo però non ha pietà, quando con le leggi razziali costringe il tecnico come "ebreo straniero" e la famiglia a lasciare l´Italia. Da lì una vita in fuga per l´Europa, poi il fatale arresto, la deportazione e la fine, di stenti, di troppo lavoro e poco cibo, il 31 gennaio del '44 ad Auschwitz. Tutta questa storia, inspiegabilmente in oblio per lunghi anni l´ha ricostruita Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo. Una casuale curiosità all´inizio, poi la tenacia da cronista per ricostruire una vita, anche a costo di scoprire una tragedia, perché a tutti sia concesso il diritto al ricordo, alla memoria. L´ha aiutato come in una bella favola che alla fine vince anche contro gli orchi, l´incontro con Giovanni Savigni, che era un piccolo compagno di banco di Roberto Weisz: due bambini, i grembiuli neri e le ginocchia sbucciate nel cortile delle Bombicci, le elementari in Saragozza. È grazie ad una lettera all´amico spedita da Parigi e ritrovata da Savigni nel cassetto, che Marani ha potuto finalmente tirare il filo e raccontare fino in fondo il dramma di Arpad e della sua famiglia. «Credo che con oggi si chiuda il mio libro - dice Marani - Weisz, questo piccolo ungherese torna dove ha lavorato e il suo ricordo diventa memoria del Bologna e della città. Mi piacerebbe ora che gli si dedicasse una via». Oggi Giovanni sarà alla cerimonia, insieme con Francesca Menarini. Per i tifosi del Bologna sarà l´omaggio al tecnico che portò gloria ai colori rossoblù. Giovanni penserà semplicemente a Roberto che un giorno se ne andò perché gli orchi lo inseguivano. Luca Sancini
| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/1/2012 alle 12:33 | |
26 gennaio 2012
Fiera di contribuire alla difesa del mio paese”
Può una persona essere araba e al contempo un buon cittadino israeliano al punto da voler difendere il proprio paese in uniforme? A quanto pare la risposta è sì. Basta chiede a Shirin Shlian, soldatessa ventenne delle Forze di Difesa israeliane, originaria di un villaggio arabo della Galilea, il cui compito nell’esercito è quello di incoraggiare gli studenti delle scuole superiori ad arruolarsi nelle forze armate. Di più, ad arruolarsi nelle unità combattenti.
Visto che non mancano giovani ebrei israeliani che fanno di tutto per sottrarsi all’obbligo di leva, la vicenda dalla famiglia araba Shlian appare abbastanza sorprendente. Shirin non è l’unico membro della famiglia che serve nelle Forze di Difesa israeliane: un suo fratello è maggiore in un’unità di combattimento, mentre un altro fratello presta servizio nella polizia di frontiera.
“Molti arabi ed ebrei mi chiedono come mai mi sono arruolata nelle Forze di Difesa israeliane – dice Shirin ai suoi amici nella città di Nazareth Illit, nel nord di Israele – Specie gli ebrei quando sentono che sono araba e si stupiscono. Deve essere la buona educazione che ho ricevuto in famiglia. Sorrido a tutti e non litigo con nessuno”.
Shirin si è arruolata diversi mesi fa ed ha seguito un corso per giovani istruttori. Come parte dei suoi compiti, va nelle scuole superiori di Nazareth Illit a parlare di reclutamento nelle forze armate con gli studenti degli ultimi e penultimi anni. “Tengo loro delle lezioni sull’avviso di coscrizione, sul servizio di leva nelle Forze di Difesa israeliane e sulle mansioni che offre l’esercito. Poi ho degli incontri a tu per tu coi singoli studenti con l’obiettivo di incoraggiarli a dare il loro contributo prestando servizio in modo significativo. Gli studenti si congratulano con me per la mia decisione di arruolarmi volontaria [i cittadini arabi d’Israele sono esentati dal servizio di leva obbligatorio, ndr] per dare il mio contributo al paese”.
Ad ogni modo, quando torna a casa, nel suo villaggio, Shirin si toglie la divisa e indossa abiti civili per evitare qualunque genere di frizione con coloro che potrebbero disapprovare la sua scelta. “Non ho paura di nessuno – tiene comunque a precisare – e non ho mai ricevuto nessun tipo di minaccia”. E conclude: “Sono molto fiera del mio servizio militare. Avevo sempre desiderato entrare nell’esercito e dare il mio contributo alla difesa del mio paese”. Shirin dice che anche il suo ragazzo è d’accordo e l’ha appoggiata nella sua scelta.
Di lei, il sindaco di Nazareth Illit, Shimon Gapso, parla solo bene. “Il soldato Shirin – dice – è un esempio positivo. Ci sono molti come lei, qui a Nazareth Illit: una città che rappresenta la coesistenza fra tutte le componenti della società israeliana”.
(Da: YnetNews, 19.1.12)
| inviato da LiberaliPerIsraele il 26/1/2012 alle 23:28 | |
26 gennaio 2012
L’INFATICABILE PARLAMENTARE ARABA ISRAELIANA CHE APPOGGIA UN AUTORE PREGIUDIZIALMENTE ANTI-EBRAICO
A quanto pare Hanin Zoabi è un politico molto impegnato. Dopo essere stata a bordo della nave Mavi Marmara in compagnia di terroristi turchi, dopo aver celebrato la scarcerazione da parte di Israele (sotto ricatto) di sanguinari terroristi di Hamas e dopo aver partecipato a manifestazioni visceralmente anti-israeliane in mezzo mondo, la parlamentare araba israeliana ha scritto la prefazione a un nuovo libro pubblicato dal britannico Ben White, un autore notoriamente prevenuto contro Israele e da molti considerato francamente antisemita. Il libro, intitolato “Palestinians in Israel: Segregation, Discrimination and Democracy” (Palestinesi in Israele: segregazione, discriminazione e democrazia) presenta un approccio smaccatamente anti-israeliano. Nelle quattro pagine di prefazione, Zoabi parla di quella che definisce l’impresa “razzista” dei coloni fondata sulla “pulizia etnica”, e parla degli israeliani come di coloro che si sono presi la terra degli arabi. Di più. La parlamentare della Knesset scrive che al cuore del conflitto non vi sono solo la Cisgiordania e la striscia di Gaza, ma anche gli arabi israeliani. Zoabi aggiunge poi che, dopo cinquant’anni di tentativi politici, gli arabi israeliani hanno colto la forza intrinseca della democrazia ed ora puntano a minare la legittimità morale e politica di Israele, riducendolo al rango di un progetto “colonialista e razzista”. La sezione britannica di Amnesty International non si è fatta sfuggire l’occasione e ha organizzato per giovedì prossimo un evento per il lancio del nuovo libro di Ben White, suscitando vivacissime proteste da parte di varie organizzazioni, ebraiche e non, che hanno scritto ai dirigenti dell’organizzazione chiedendo di cancellare l’evento a favore di un dibattito un po’ più equilibrato sul conflitto israelo-palestinese. Già in passato la comunità ebraica britannica aveva denunciato le posizioni pregiudizialmente antiebraiche di White alla luce di vari suoi articoli pubblicati nel corso degli anni. Nel 2002, White scrisse di non considerarsi antisemita, ma di poter ben capire perché tanti lo sono. Accusando Israele di “incessanti crimini”, sosteneva che tali crimini sarebbero la causa principale dell’antisemitismo a livello globale. (Da: YnetNews, 23.1.12)
In occasione di una perquisizione condotta il mese scorso negli uffici di Hamas a Tulkarem (Cisgiordania), i militari israeliani hanno trovato una fotografia che ritrae la parlamentare araba israeliana Hanin Zoabi (lista Balad) in compagnia di diversi alti esponenti di Hamas, fra cui Aziz Dwaik e Mariam Saleh. La Zoabi ha reagito dicendo che “i militari israeliani non dovrebbero fare queste perquisizioni, ma mettere fine all'occupazione”, che “tutto il mondo riconosce Hamas" e che "noi non la consideriamo un’organizzazione terroristica". Nota: Hamas è classificata tra le organizzazioni terroristiche, oltre che da Israele, da Canada, Unione Europea, Giappone e Stati Uniti. (Da: guysen.com, 20.1.12)
Un video in cui il parlamentare arabo israeliano Ahmed Tibi (lista UAL-Ta'al) fa l’apologia degli attentatori suicidi (shahid) è stato pubblicato su Youtube dall’organizzazione Palwatch (PMW). Parlando a un incontro dell’Autorità Palestinese, Ahmed Tibi afferma: “Lo shahid (martire) è l'apice della gloria. Non c'è valore superiore al sacrificio. Lo shahid, con il suo sangue, apre la via verso la libertà e la liberazione. Lo shahid è il simbolo della lotta per la patria”. (Da: guysen.com, 19.1.12)
| inviato da LiberaliPerIsraele il 26/1/2012 alle 16:19 | |
26 gennaio 2012
Secondo l'Autorità Palestinese, “uccidete gli ebrei” non è apologia di reato
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Dopo la sua nomina a mufti di Gerusalemme (massima autorità religiosa palestinese), Muhammad Hussein ha disseminato istigazione all’odio anti-ebraico da ogni pulpito. La scorsa settimana ha preso parte a un evento inteso a celebrare il 47esimo anniversario della nascita dell’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina) e per l’ennesima volta, come un disco rotto, ha voluto citare per esteso nel suo discorso la frase attribuita al profeta Maometto secondo cui la fine dei giorni non arriverà finché tutti gli ebrei non saranno stati ammazzati dai musulmani. Secondo tale tradizione (hadith), “l'ora della resurrezione non verrà fino a quando non combatterete gli ebrei, che si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: oh musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo”. Naturalmente se venisse indagato dalle autorità di polizia israeliane per istigazione all’omicidio (come ha chiesto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu), Muhammad Hussein riuscirebbe a trasformarsi subito in un eroe islamico e in un martire della libertà di pensiero. (Da: Yisrael Hayom, 23.1.12)
Intervistato da AP, Reuters e radio-tv israeliana, il mufti dell'Autorità Palestinese si è giustificato dicendo d’aver semplicemente citato una tradizione islamica del cui contenuto non può essere considerato personalmente responsabile. “Non chiediamo di uccidere gli ebrei – ha detto domenica alla radio israeliana Reshet Bet – Noi non abbiamo mai detto: uccidete gli ebrei. È l’hadith che lo dice. Io non sono responsabile di quello che dice l’hadith. L’hadith è nel libro, ed è un nobile hadith, non è il mio hadith”. Anche il ministro per gli affari religiosi dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Al-Habbash, ha preso le difese del mufti nella stessa trasmissione. “Questa non è istigazione ad uccidere gli ebrei – ha affermato – Noi non possiamo cambiare gli storici scritti della religione, né vogliamo cambiarli. Comunque la realtà è che noi vogliamo arrivare a una pace giusta”.
«Le affermazioni dei due massimi esponenti religiosi dell’Autorità Palestinese – si legge in un comunicato di Palestinian Media Watch, l'organizzazione che ha diffuso il video del discorso – travisano le parole pronunciate dal mufti. In realtà, il contesto in cui il mufti ha citato l’hadith che preconizza l’uccisione di ebrei da parte dei musulmani dimostra che nelle sue intenzioni l’hadith è del tutto pertinente alla realtà attuale del conflitto israelo-palestinese. Il mufti infatti ha introdotto l’hadith facendo riferimento ai “quarantasette anni” della lotta di Fatah e alla “rivoluzione” palestinese, inserendo chiaramente l’hadith nel contesto odierno, per poi aggiungere che si tratta di un hadith “degno di fiducia” da una raccolta "degna di fiducia" che è parte del diritto e del credo islamico. Dopo aver citato l’hadith, il mufti ha sostenuto che gli israeliani oggi piantano “alberi di Gharqad attorno agli insediamenti e alle colonie”, suggerendo che essi si stiano attrezzando per quando i musulmani adempiranno al comando dell’hadith e verranno ad ucciderli. Infatti, secondo la tradizione islamica, l’albero di Gharqad sarà l’unico che non “denuncerà” gli ebrei nascosti dietro di sé. Sostenendo che gli ebrei oggi circondano le proprie comunità i alberi di Gharqad, il mufti ha messo esplicitamente in relazione l’hadith tradizionale con l’uccisione di ebrei nei tempi attuali, e dunque non stava semplicemente citando scritti storici, come ha cercato di sostenere.» Va anche notato che l’intervento del mufti Muhammad Hussein è stato introdotto da un membro di Fatah con queste parole: “La nostra guerra con i discendenti delle scimmie e dei maiali [i.e. gli ebrei] è una guerra di religione e di fede. Lunga vita a Fatah! [A lei la parola] nostro onorevole sceicco”. Palestinian Media Watch dichiara comunque di disporre dell’intero filmato del discorso, trasmesso il 9 gennaio dalla tv dell’Autorità Palestinese, con la citazione del mufti nel suo autentico contesto.
Va segnalato infine che il 16 gennaio YouTube ha bloccato l’accesso a Palestinian Media Watch definendo “inappropriato” il filmato del discorso del mufti dell’Autorità Palestinese messo on-line. L’accesso è stato ripristinato il 18 gennaio in seguito alle proteste di numerosi utenti. (Da: PMW, isarele.net, 23.1.12)
Per vedere il video (con testo e sottotitoli in inglese): http://www.palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6119
Su YouTube: http://www.youtube.com/watch?v=k83bul6tfdY
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 26/1/2012 alle 12:18 | |
26 gennaio 2012
Perché bisogna preoccuparsi per la Fratellanza Musulmana in Egitto
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| Di Yonatan Silverman |
Dunque, stando alle ultime notizie, la Fratellanza Musulmana ha ufficialmente conquistato la maggioranza dei seggi nel parlamento egiziano: non esattamente quello che si diceva che sarebbe accaduto, l’anno scorso, quando iniziavano le dimostrazioni anti-regime in Piazza Tahrir. La cosiddetta “primavera araba” avrebbe fatto sbocciare, si diceva, un periodo di illuminata rinascita politica. Gli ultimi sviluppi mostrano invece che, ancora una volta, il mondo arabo non sta muovendo verso democrazia e libertà, quanto piuttosto verso le più rigide e manifestamente non democratiche dottrine religiose dell’islam. La Fratellanza Musulmana è la più grande confraternita islamista in Egitto, e forse nel mondo. Per decenni le era stato impedito di entrare in politica, ma sulla scorta della rivolta popolare in Egitto dello scorso anno il movimento ha potuto partecipare alle elezioni parlamentari, dove ha ottenuto una netta maggioranza. Che futuro preannuncia tutto questo? L’odio verso gli ebrei dei Fratelli Musulmani e il loro cieco anti-israelismo sono fatti che esistono da molti anni. Nel suo libro “Jihad e odio per l'Ebreo”, lo studioso tedesco Matthias Kuntzel scrive: “Sin dalla sua fondazione, nel 1928, la Società dei Fratelli Musulmani è stata la forza trainante del passaggio, nel mondo arabo, da un’attitudine neutrale o addirittura filo-ebraica ad un'altra, rabbiosamente anti-sionista e anti-ebraica. Per il movimento islamista globale di oggi, i Fratelli Musulmani sono ciò che erano i bolscevichi per il movimento comunista negli anni ’20: il punto di riferimento ideologico e il nucleo organizzativo che ha decisamente ispirato tutte le successive tendenze e continua a farlo tuttora”. I legami della Fratellanza Musulmana coi nazisti iniziarono negli anni ’30 e furono particolarmente stretti durante la seconda guerra mondiale, comprendendo agitazioni anti-britanniche, spionaggio, sabotaggio e supporto alle attività terroristiche orchestrate da Haj Amin el-Hussaini nella Palestina del Mandato britannico. Il tutto è oggi confermato da un’ampia gamma di documenti declassificati provenienti dagli archivi governativi britannici, americani e nazisti. Come espressione di questo legame, la Fratellanza Musulmana ha anche largamente diffuso traduzioni in arabo del “Mein Kampf” di Hitler e dei “Protocolli dei Anziani di Sion”, allargando e approfondendo ulteriormente le già esistenti opinioni ostili verso gli ebrei e le società occidentali. Disse, ad esempio, il fondatore della Fratellanza Musulmana, Hassan al Banna: “La civiltà occidentale, che ha brillato a lungo in virtù della sua perfezione scientifica e che ha soggiogato il mondo intero ai suoi stati e alle sue nazioni coi prodotti di quella scienza, è ora in declino e in bancarotta”. Sebbene l’Egitto resti la base dell’organizzazione, la Fratellanza ha sezioni attive in settanta paesi, fra cui Bahrain, Siria, Giordania, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait. Il ramo palestinese venne istituito nel 1935 dal fratello di Hassan al Banna. Nel 1987 venne fondato il ramo Hamas della Fratellanza Musulmana, che oggi per Israele rappresenta sotto ogni aspetto una irriducibile minaccia. Nell’ottobre 2011 il dottor Muhammad Abd Al-Rahman Al-Masri ha scritto che il conflitto fra musulmani e Israele è, nella sua essenza, religioso e che bisogna combattere la jihad (guerra santa) ovunque vi sia della “terra islamica” occupata: “Il conflitto fra lo stato sionista e la ummah [comunità] islamica non è come la lotta fra un proprietario terriero e un predone occupante. Questa lotta è, nella sua essenza, una lotta di fede… Il Corano indica che questa lotta [continuerà] fino al Giorno del Giudizio”. Un altro autore del sito web della Fratellanza Musulmana afferma: “L’attacco all’ambasciata israeliana al Cairo è una pietra miliare della rivoluzione egiziana”. Non è tutto. In un recente rapporto circa il sito web della Fratellanza Musulmana, i ricercatori di MEMRI (Middle East Media Research Institute) hanno rilevato e documentato il grado peggiore di negazione della Shoà e di condanne del trattato di pace fra Israele ed Egitto. Quanto è dunque preoccupante, per Israele, l’ascesa della Fratellanza Musulmana? Nonostante le parole rassicuranti di alcuni suoi portavoce, la lunga e documentata tradizione di anti-ebraismo della Fratellanza Musulmana e il suo recente ingresso in forze nel parlamento egiziano fanno presagire giorni difficili.
(Da: YnetNews, 23.1.12)
Foto in alto - Sul cartello: “Abbasso il regime di Camp David”, con riferimento alla pace firmata da Israele ed Egitto nel 1979
Per il rapporto MEMRI sui contenuti del sito web della Fratellanza Musulmana, si veda (in inglese): "Antisemitic and Anti-Israel Articles on Egyptian Muslim Brotherhood Website" http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5992.htm
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 26/1/2012 alle 8:22 | |
25 gennaio 2012
Racconto sempre ai miei figli del giovane ebreo che mi salvò nel '67'

Soltanto ora, quasi quarantacinque anni dopo essere stata salvata, durante la guerra dei sei giorni, da un’esperienza che poteva essere mortale, una donna palestinese ha incontrato il militare israeliano che le salvò la vita. Miriam Yassin, che oggi ha sessant’anni, vive nel villaggio palestinese di Anin (...che sorge poche centinaia di metri al di là della linea armistiziale che dal 1949 al 1967 divideva Israele dalla Cisgiordania, allora sotto controllo dei giordani) ed era solo una quindicenne quando restò gravemente ferita in un bombardamento. Hezi Erez, che oggi ha settantacinque anni, nel 1967 serviva come comandante subalterno delle Forze di Difesa israeliane nella regione. “Quando arrivai nel villaggio – racconta Erez – un abitante del posto mi venne incontro chiedendo aiuto. Era afflitto e spaventato, e mi disse che sua figlia era gravemente ferita”. A quel punto Erez, agendo di propria iniziativa senza chiedere l’autorizzazione a nessun superiore, mollò tutto per portare di corsa la ragazza in ospedale. L’intera famiglia della ragazza era con lui sulla jeep quando arrivò al posto di blocco di confine, vicino all’incrocio di Megiddo, dove naturalmente i soldati cercarono di fermarlo. “Saltai fuori dalla jeep gridando loro di aprire la sbarra perché la ragazza aveva urgente bisogno di cure mediche”. I soldati acconsentirono e li fecero passare. “Pochi giorni fa – continua Erez – ho raccontato questa vicenda a mio figlio e lui ha detto che avrebbe voluto davvero conoscere la donna, anche se io non sapevo dove fosse e nemmeno se fosse ancora viva”. Allora Erez si è messo in contatto con un quotidiano locale, Al-Masar, e un giornalista l’ha aiutato a rintracciare Miriam Yassin. Madre di nove figli e nonna di ventisei nipoti, Yassin vive ancora oggi nel suo villaggio natale. E non credeva che avrebbe mai rivisto l’uomo che le aveva salvato la vita. I due si sono incontrati all’inizio della settimana scorsa a Umm al-Fahm, la città araba israeliana che sorge a meno di un paio di chilometri da Anin. “Non posso dimenticare come mi aiutò durante la guerra – dice Yassin – Mi ha riportato in vita quando ero in condizioni disperate. Oggi sarei disposta a dare la mia vita per lui. Racconto sempre ai miei figli di come fossi rimasta ferita, e del giovane ebreo che mi salvò. Era ora che lo conoscessero da vicino”. Yassin dice di essere grata al suo “eroe” e che “è raro incontrare persone come lui”, ed esprime la speranza in un futuro migliore per israeliani e palestinesi: “Bisogna convivere senza ammazzarsi – aggiunge – La nostra casa sarà sempre aperta per la famiglia di Erez. Non lo dimenticherò mai”. Erez, dal canto suo, cerca di sottrarsi agli elogi. “Sono felice d’essere riuscito a rivedere la donna che ho salvato – dice – Quello che feci è semplicemente una cosa umana. In fin dei conti, siamo tutti semplicemente esseri umani”.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 25/1/2012 alle 22:50 | |
25 gennaio 2012
Viaggiare in Israele, Domande Frequenti
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SERVE IL VISTO PER RECARSI IN ISRAELE?
Per i cittadini di nazionalità italiana non occorre il visto.
E’ sufficiente il passaporto con una validità minima di 6 mesi.
I seguenti paesi non necessitano del visto per recarsi in Israele:
Europa: Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Finlandia, Germania(nati dopo1.1.1928), Gibilterra,Gran Bretagna, Grecia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Olanda, Norvegia, Portogallo, San Marino, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera. Asia & Oceania: Australia, Fiji Islands, Giappone, Hong Kong, Nuova Zelanda, Filippine, Corea del Sud. Africa: Repubblica Centro Africana, Lesotho, Malawi, Mauritius, Sud Africa, Swaziland America: Argentina, Barbados, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Columbia, Costa Rica, El Salvador, Ecuador, Guatemala, Haiti, Giamaica, Messico, Panama, Paraguay, St. Kitts, & Nevis, Surinam, Trinidad, & Tabago, Bahamas, Repubblica Domenicana, Uruguay, U.S.A.
Se sei un cittadino di un paese non appartenente alla lista qui sopra, sei pregato di consultare l'Ambasciata di Israele a Roma.
E’ possibile recarsi in Israele con il visto di qualsiasi Paese.
E’ NECESSARIA LA PATENTE INTERNAZIONALE PER GUIDARE IN ISRAELE?
Per guidare una macchina a noleggio è sufficiente la patente italiana.
Per guidare una macchina appartenente ad un cittadino israeliano è necessaria la patente internazionale.
QUALE TIPO DI PRESA DI CORRENTE VIENE USATA IN ISRAELE?
La corrente elettrica in Israele è a 220 volt CA monofase a 50 Hertz.
Le prese di corrente sono a tre fori; sono anche in uso quelle a due fori per apparecchi di fabbricazione europea. AI rasoi elettrici, ferri da stiro ed altri piccoli elettrodomestici, si possono applicare adattatori o trasformatori in vendita in Israele.
ASSISTENZA SANITARIA
Israele non fa parte dalla Comunità europea e pertanto la carta dei servizi italiana (ASL), non copre le eventuali spese mediche.
CON QUALE TIPO DI TELEFONO CELLULARE E’ POSSIBILE CHIAMARE IN ITALIA DA ISRAELE?
In Israele viene utilizzato il circuito GSM: funzionano sia la scheda TIM, VODAFONe e WIND.
POSSO PAGARE CON CARTA DI CREDITO O BANCOMAT?
In Israele si utilizzano tutti i circuiti internazionali. Il bancomat italiano o europeo non è abilitato.
QUALE MONETA E’ CONVENIENTE PORTARE?
L’Euro è accettato ovunque ed è, al momento più conveniente del dollaro.
La moneta locale è il NIS (New Israel Shekel).
Per il cambio: http://www.bankisrael.gov.il/firsteng.htm
E’ POSSIBILE RECARSI IN ISRAELE SE SI HANNO VISTI DI PAESI ARABI SUL PASSAPORTO?
SI! | |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 25/1/2012 alle 20:1 | |
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